Blitz quotidiano
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Indianapolis 1911: la prima monoposto, il primo specchietto

ROMA – Indianapolis 1911: la prima monoposto, il primo specchietto. Non è che lo specchietto retrovisore sulla Mercedes di Nico Rosberg abbia impedito che la Mercedes guidata dal suo peggior amico Lewis Hamilton franasse sulla sua tamponandola alla terza curva di Barcellona. Fatto sta che si deve proprio a una gara automobilistica l’invenzione degli utilissimi specchietti: a Indianapolis, 30 maggio 1911, l’innovazione fu il risultato di uno sguardo all’indietro, come titola magistralmente l’articolo di Victor Mather sul New York Times.

Ray Harroun, il solitario vincitore di quell’edizione della corsa più pazza d’America a Indianapolis davanti a 80mila spettatori, fu un astuto e coraggioso precursore. Al via erano in 40: 39 bolidi a due posti, pilota e meccanico, la Marmon Wasp numero 32 alloggiava il solo sedile di Harroun. Meno peso, più aerodinamica e uno specchietto montato sul cruscotto che, oltre a far vedere cosa succedeva dietro e intorno procurava un piccolo vantaggio scaricando forza verso il basso, una specie di minigonna ante-litteram.

Sbaragliò una concorrenza che aveva anche provato a protestare per la novità della monoposto adducendo motivi di sicurezza: come fa Harroun a guardarsi intorno, si chiedevano. Il primo “rearview mirror” della storia montato sul cruscotto fu la risposta. Immediatamente dopo le normali automobili furono subito equipaggiate di conseguenza. Gli storici dell’auto hanno spulciato documenti e foto e gli hanno assegnato la paternità della scaltra invenzione.

Lui, con modestia, ricordò di averne visto uno nel 1904 quando faceva lo chauffer dell’allora presidente di Montgomery Ward (l’antesignano postale di Amazon): scarrozzandolo per le vie di Chicago si imbattè in una carrozza taxy trainata da cavalli dalla cui cassetta spuntava un’asta munita di specchio. Per la cronaca Harroun si aggiudicò la prima Indianapolis 500 miglia in 6 ore, 42 minuti e 8 secondi alla velocità media di 74,6 miglia all’ora (120 kmh) a bordo di una Marmon Wasp che negli anni ’60 continuava a essere studiata dai costruttori di navicelle spaziali a caccia dei segreti aerodinamici di un prototipo unico.