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‘Ndrangheta e ultrà, Juve e Andrea Agnelli a rischio deferimento

Ultrà-curva, Juve e Agnelli a rischio deferimento

Ultrà-curva, Juve e Agnelli a rischio deferimento

TORINO – La commissione antimafia accende un faro sul mondo del calcio. I parlamentari ascolteranno i presidenti di Figc, Aic, Lega di serie A, Lega di serie B e Lega pro. Obiettivo: fare chiarezza sulle intrusioni di una criminalità organizzata che nel pallone cerca, come spiega Stefano Vaccari (Pd), “un utile volano per acquisire consenso elettorale, economico e finanziario”.

Nel maggio scorso, d’altra parte, Federcalcio, Leghe e Viminale avevano firmato un protocollo per misure di prevenzione alle infiltrazioni mafiose nel calcio. Le stesse sulle quali vuole far luce la Procura della Figc, che intende procedere con il deferimento di Andrea Agnelli, di tre fra attuali ed ex dirigenti e funzionari, nonché della stessa Juventus a titolo di responsabilità diretta e oggettiva. Lo si ricava dall’avviso di conclusione delle indagini, firmato dal procuratore Giuseppe Pecoraro, al termine degli accertamenti nati dopo l’inchiesta della procura di Torino sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in curva.

Nell’ambito del lavoro di indagine dell’Antimafia, il deputato Angelo Attaguile (Lega) annuncia di “volere iniziare” proprio “con la Juventus”, per poi occuparsi “del Crotone, del Catania e di tutte le società, anche della Lega Pro, che sono finite nel mirino della giustizia”. Ma il presidente del comitato “mafia e sport”, Marco Di Lello (Pd), informa che solo fra qualche settimana si deciderà se convocare i vertici del club bianconero.

Prima bisogna sentire (il 7 febbraio) i pm della procura di Torino che, nel quadro dell’inchiesta “Alto Piemonte” sulla ‘ndrangheta nel Nord-Ovest, hanno indagato sul business del bagarinaggio. Un ex capo ultras (che adesso compare fra i 23 indagati per i quali è stato chiesto il rinvio a giudizio) è accusato di avere messo in contatto un componente della famiglia Dominello, considerata una emanazione del clan Pesce Bellocco, con la dirigenza della Juventus. Fu steso, secondo gli inquirenti, un vero e proprio patto: il boss avrebbe fatto da portavoce ad alcuni gruppi della tifoseria organizzata, mantenendo “la pace nella curva”, e in cambio avrebbe ricevuto quote di biglietti da distribuire ai supporter o da trattenere per sé e destinare al bagarinaggio.

A carico della società bianconera non sono emersi reati penali. Le carte, però, sono passate alla procura della Figc, le cui indagini si sono concluse con parole d’accusa nei confronti di Andrea Agnelli, citato dal capo ultras: “Mi vidi con lui e parlammo della gestione di biglietti e abbonamenti”. Agnelli è chiamato in causa perché, secondo il procuratore federale Pecoraro, fra le stagioni 2011/12 e 2015/16, per “mantenere l’ordine pubblico nei settori dello stadio occupati dagli ultras” non impediva al personale della Juventus di intrattenere rapporti con la tifoseria organizzata “anche per il tramite di esponenti della malavita organizzata”, autorizzando la fornitura di biglietti e quindi “favorendo consapevolmente il fenomeno del bagarinaggio”.

Gli viene rimproverata anche la partecipazione a “incontri” con “esponenti della malavita organizzata e della tifoseria ultras”. Nell’avviso di chiusura indagini si afferma anche che in occasione del derby del 23 febbraio 2014, il presidente del club bianconero assecondò l’introduzione allo stadio – ad opera dell’addetto alla sicurezza – di “materiale pirotecnico vietato e striscioni” per “compiacere gli ultras”. Gli altri soggetti interessati sono Francesco Calvo, all’epoca dei fatti dirigente del settore commerciale (poi passato al Barcellona), Alessandro D’Angelo, security manager, e Stefano Merulla, responsabile del ticket office.

Mentre lavoravano su “Alto Piemonte” i pubblici ministeri di Torino hanno interrogato i tre juventini. Non sospettavano che Dominello fosse legato alla ‘ndrangheta, non presero informazioni specifiche su di lui. Sembrava soltanto una persona in grado di svolgere con “efficacia” l’incarico. In ogni caso, non c’è prova che i dirigenti fossero consapevoli di stare agevolando la criminalità organizzata. “Nessun dipendente o tesserato della Juventus è stato indagato in sede penale”, ribadisce dunque oggi la società, precisando di avere “sempre collaborato” con la giustizia, quella penale e quella sportiva.

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