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Raffaello Bucci: ‘ndrangheta negli Ultrà Juve, i “Gobbi” bagarini dietro il giallo della morte

TORINO – Il giallo della morte del capo ultrà juventino Raffaello Bucci detto “Ciccio”, caduto dallo stesso ponte di Fossano dal quale si era buttato Edoardo Agnelli, scoperchia una situazione non del tutto sconosciuta a chi frequenta o conosce la curva bianconera. Una realtà riassumibile in due punti e che può spiegare come mai il quarantunenne capo ultrà dei “Drughi” possa essere stato indotto al suicidio da minacce pesantissime o possa essere stato direttamente “suicidato”:

1. la ‘ndrangheta ha infiltrato i gruppi ultrà della Juventus, arrivando a formarne uno, di gruppo, di sua diretta emanazione.
2. La vendita dei biglietti è un vero business che rende molto lucrativo e ambito il ruolo di capo ultrà della Juve: in uno stadio tutto esaurito durante tutta la stagione, con un’offerta 40 mila posti a fronte di una domanda di milioni di tifosi, non sorprende che il bagarinaggio sia un’attività che faccia gola a criminali di “prima fascia”.

1. Come la ‘ndrangheta ha infiltrato la curva della Juventus, e perché. Scrive Ottavia Giustetti su Repubblica Torino:

«Andiamo avanti! Eh abbiamo il benestare da tutte le parti e nessuno domani ci può dire a noi “che avete fatto?”… Andiamo avanti e non è detto che non ce la prendiamo noi, la curva, direttamente». Il 14 aprile 2013 alle cinque del pomeriggio Giuseppe Sgrò, Saverio Dominello e Marcello Antonino del clan di Rosarno viaggiano sull’auto di Sgrò e si compiacciono per l’accordo che è stato raggiunto.

Snocciolano i particolari e si ripetono su quanti consensi possono contare per mettere le mani sul business dei biglietti delle partite. «Abbiamo Rosarno, Barrittieri, Seminara, Reggio» dicono. E il 21 aprile, durante l’incontro tra Juventus e Milan, in curva sud si verifica il fatto decisivo, il clan annuncia il suo ingresso e srotola lo striscione «Gobbi». Fabio Farina è l’uomo destinato a gestire i rapporti tra dirigenti della biglietteria della squadra e il clan, secondo il giudice Stefano Vitelli nell’ordinanza che il 4 luglio ha portato in carcere 18 persone per associazione mafiosa. «Noi siamo dentro lo stadio dal 21, contro il Milan» aveva annunciato Farina all’amico Giuseppe Selvidio, entrambi indagati, mentre erano in corso le trattative per saldare i rapporti tra mafia e ultras. «Ma che fai vieni in curva tu il 21?» gli chiede Selvidio. «Eh se devo venire – risponde Farina – se prendiamo soldi sì, che cazzo me ne frega a me». Che Farina abbia fiutato la possibilità di guadagnare è chiaro dal 3 aprile, quando parlando con lo zio Frank spiega: «… Adesso i fratelli Ercolino (Lo Surdo) mi hanno chiamato che stanno fondando una curva – dice – mi hanno già chiesto tutti i biglietti, a me me li passano come li pagano loro, non ho un c… da fare mi butto dentro gli stadi e vaffa…».

Prima di entrare però i calabresi devono ottenere il definitivo via libera degli storici club ultras. Il referente del gruppo Vikings pone una sola condizione: «Se sono juventini problemi non ne abbiamo». Ma l’osso duro è Gerardo Mocciola, detto Dino. Torinese e capo indiscusso dei «Drughi» che ha scontato 20 anni per l’omicidio di un appuntato dei carabinieri e che sembra svanito nel nulla dopo gli arresti del 4 luglio. È lui l’uomo che incontrano in un bar di Montanaro. È lui che dà l’ok definitivo.

Ma da lì a poco il business si rivela troppo appetibile per essere lasciato nelle mani di Farina. Ed entra in gioco Rocco Dominello figlio di Saverio, referente del clan di Rosarno. Dominello gestisce gli affari cooperando con Fabio Germani, altro capo ultrà bianconero che presenta a Dominello il security manager della Juventus, Alessandro D’Angelo, che non è indagato ma che risulta essere l’anello di congiunzione tra il gruppo ultras e la società bianconera. Non c’è, al momento, prova che il dirigente Juve potesse conoscere i suoi legami con la malavita. Ma ci sono conversazioni tra i due dai toni molto confidenziali. «Perché ormai hanno paura di me Ale, capisci?» dice Dominello quando viene a sapere che D’Angelo ha ridotto le tessere ai «Vikings» per agevolare i «Gobbi». Poi gli chiede consiglio su come contattare il dg Marotta.

«Dominello e Germani – scrive il gip – sono ben inseriti nei meccanismi della società e ottengono plurimi biglietti da rivendere a prezzo maggiorato». Ma un giorno gli scappa la mano e un «cliente» svizzero si lamenta e con la società di aver pagato 620 euro un biglietto che ne costava 140. Stefano Merulla, responsabile della biglietteria Juve, sa che quel pacchetto era stato opzionato da D’Angelo. E si rivolge a Germani per chiederne conto. Poi racconta che la società ha cominciato ad avere sospetti sulla provenienza del “socio”. Ma D’Angelo trova il modo per continuare a rifornire il clan. «Li mettiamo sotto un codice diverso – dice a Dominello – devi solo dirmi chi va a ritirarli».

2. Come funziona il sistema del bagarinaggio con i biglietti delle partite della Juventus. Come, cioè, il business dei ticket venduti a sovrapprezzo finisca per finanziare le paghe mensili che i clan assicurano ai loro affiliati carcerati. Spiegano sul Secolo XIX:

«La Juve pratica il prezzo normale, poi sta a loro fare il sovrapprezzo. Il pagamento alla Juve avviene dopo la partita. Andrea riceve le somme provento della vendita dei biglietti, paga la Juve, ottiene il suo margine, una parte del quale va versato ai carcerati».

Loro sono i “Bravi ragazzi”, gruppo ultrà bianconero. Andrea, è Andrea Puntorno, il loro leader, arrestato nel 2014 dai carabinieri di Torino per una storia di armi e droga. A svelare i retroscena del business della compravendite di biglietti è la moglie, Patrizia Fiorillo vittima di minacce da parte degli ex soci del marito, due soggetti «prossimi all’area ’ndranghetista facente capo alla famiglia Belfiore». È in questo verbale dettagliatissimo, datato gennaio 2015, raccolto nell’ambito dell’indagine sulle minacce subite dalla donna dopo l’arresto del marito, che il pm torinese Paolo Toso, ha trovato conferma dell’intreccio di affari che lega la criminalità organizzata al bagarinaggio, emerso nell’ultima ondata di arresti scattati una settimana fa.

Ecco come funziona, secondo Patrizia Fiorillo, il mercato dei biglietti: «Andrea prima del campionato gestisce una campagna abbonamenti. Gli danno i moduli da sottoscrivere e vogliono una certa cifra. Lui organizza una distribuzione di abbonamenti, facendoli sottoscrivere e facendoseli pagare con un sovrapprezzo. Li lascia per la maggior parte a chi ha sottoscritto, in più gestisce un pacchetto di abbonamenti che paga lui alla Juve. Compila i dati prendendoli da fotocopie di documenti e poi li usa di partita in partita per fare entrare persone a pagamento».

Il nome di suo marito compare anche negli atti dell’ultima ordinanza frutto delle indagine dell’antimafia torinese nei confronti della famiglia Dominello, legata alla cosca Pesce-Bellocco di Rosarno. L’ordinanza racconta fatti precedenti al suo arresto, ma che si incastrano con gli eventi successivi, finiti nel mirino dello stresso magistrato e della collega Monica Abbatecola. Nel 2013, quando un amico della famiglia Dominello propone di aprire un nuovo gruppo ultrà, con lo striscione «I Gobbi», la prima preoccupazione è quella di non entrare in conflitto proprio con i «Bravi Ragazzi», che hanno il loro punto di riferimento in Puntorno.

In gioco, come osserva il gip Stefano Vitelli, non è la passione calcistica, ma il «lucrosissimo mercato dei biglietti». Parlando al magistrato, la donna ammette che, dopo l’arresto del marito, «a me portano una parte di questi guadagni, anche se in questo periodo le somme sono davvero esigue: circa 200 euro alla volta, invece di regola potevano arrivare a casa nostra 4, 5 mila euro a partita». E, come già svelato da altre inchieste sulla ’ndrangheta, ai carcerati va dato aiuto con la raccolta fondi. Un obbligo a cui gli «affiliati» non possono sottrarsi. È da queste premesse che si muove la procura, per cercare di scoprire quanto sia profonda l’infiltrazione della criminalità nella curva bianconera. Indagini divenute ancor più delicate dopo la morte di Raffaello Bucci, il collaboratore della Juventus che si è suicidato lanciandosi da un ponte dopo essere stato interrogato. Anche ieri sono state sentite delle persone informate sui fatti.


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