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House of Cards… made in China: paga la Procura del Popolo

PECHINO – In Cina si stanno producendo il loro “House of Cards”. Si chiama Renmin de mingyi “In Nome del Popolo”, è finanziato con 15 milioni di euro dalla casa di produzione controllata dalla Procura Suprema del Popolo cinese, è articolato in 42 puntate ed ha, rispetto alla serie tv americana, un taglio più poliziesco. L’intento di questa serie tv pagata dallo Stato è infatti quella di sostenere la lotta alla corruzione lanciata da Xi Jinping, segretario generale del Partito Comunista Cinese. Non sarà facile far risultare popolare la “Mani pulite” cinese, che ha portato negli ultimi 3 anni alla condanna di 750 mila funzionari pubblici. Condanne che vanno dalla censura alla pena di morte.

Per questo arriva “In Nome del Popolo”. Che a differenza di House of Cards non ha un protagonista “negativo” come Frank Underwood, ma un personaggio positivo come l’investigatore Hou Liangping. L’antagonista, semmai, ricorda molto Underwood, ed è “uno dei politici più importanti” della Cina, così importante da non poter essere nominato e da non poterne sapere neanche la carica. Hou Liangping dà la caccia a questo corrotto aiutato dalla moglie, agente segreto infiltrata nell’organizzazione del potente Innominato cinese. Tutto si svolge nella immaginaria provincia di Bianxi. La verità è che House of Cards ha fatto impazzire i cinesi, come spiega Guido Santevecchi sul Corriere.it:

La serie tv americana interpretata da Kevin Spacey nel ruolo del cattivo presidente Underwood è popolarissima in Cina (15 milioni di download e Dvd, copie pirata ovviamente) e tra i suoi fan più fedeli c’è Wang Qishan, il braccio destro di Xi nella caccia ai corrotti. Si dice che Wang Qishan, capo della Commissione di Disciplina, non ne abbia perso nemmeno una puntata. In passato molti si sono chiesti come mai “House of Cards” abbia superato il muro della censura, nonostante al fianco di Kevin Spacey fosse entrato in scena il cinese Xander Feng, corrotto e ossessionato dal ; anche se si parlava degli hacker cinesi e della manipolazione del corso dello yuan. E anche se il coprotagonista cinese diceva, in una battuta: «Mao è morto e anche la sua idea di Cina». La risposta è stata: perché piace a Wang Qishan, membro del Comitato permanente del Politburo e capo della Disciplina del partito. Ora, in attesa della prossima serie dell’originale made in Usa, Wang potrà godersi la versione cinese.

Gli sceneggiati sulla lotta alla corruzione si stanno moltiplicando in Cina: stanno diventando il genere di moda dopo che per anni i telespettatori si sono dovuti sorbire polpettoni orrendi sulla grande guerra patriottica contro i giapponesi. Ma quello che rende eccezionale questo “In nome del popolo” è il fatto che il colpevole è un personaggio arrivato ai vertici dello Stato comunista. Il suo grado esatto peraltro non è specificato, per non creare imbarazzi e non far pensare ad allusioni pericolose.

 

 


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