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Paolo Villaggio, l’ultima intervista: “Mi manca il cinema, è come vivere senza braccia”

Paolo Villaggio, l'ultima intervista: "Mi manca il cinema, è come vivere senza braccia"

Paolo Villaggio, l’ultima intervista: “Mi manca il cinema, è come vivere senza braccia”

ROMA – “Il cinema mi manca tantissimo. Se non si offende nessuno, è come vivere senza braccia“. Così Paolo Villaggio si era sfogato solo alcuni mesi fa in un’intervista al quotidiano Il Messaggero. Da diverso tempo si era allontanato dal mondo dello spettacolo, tranne che per brevi apparizioni in tv. E il cinema, cui immensamente aveva contribuito, lo aveva dimenticato. A denunciare l’abbandono era stata la figlia Elisabetta che in un duro post su Facebook aveva scritto: “Non starà al meglio, certo, ma il cinema italiano lo ha abbandonato, invece mio padre c’è”.

Interrogato dal Messaggero su quell’accusa, Villaggio aveva risposto col suo solito cinismo: “Sono appena tornato da una passeggiata, cosa ha detto esattamente mia figlia? Come fa a non mancarmi? Ho esordito quasi cinquant’anni fa. Mi manca ovviamente moltissimo. Se non si offende nessuno, è come vivere senza braccia”. E alla domanda se trovasse ingiusto il fatto che non lo chiamassero più per recitare una parte, aveva risposto: “Non lo penso e non ho nessuna voglia di lamentarmi. È così noioso, il lamento. Così deprimente. Così inutile. La vita ha i suoi tempi e così anche il cinema. Non sono ancora morto”.

Nella stessa intervista Villaggio aveva poi ricordato l’amicizia con Fabrizio De André che lo spinse anche a suonare e cantare. Del resto il suo esordio nel mondo dello spettacolo coincide con il testo della ballata “Re Carlo tornava dalla guerra” che fece notare De André anche per l’accusa di turpiloquio scagliata da un procuratore siciliano. “Mi salva l’ironia. Mi salva la ferocia. Mi salva il cinismo. Doti che mi aiutavano ai tempi in cui lavoravo sulle navi da crociera con De André e che mi salvano ancora oggi – ricordava Villaggio malinconico – Intrattenevamo il pubblico. Alle prime parole di Fabrizio, ai primi versi, tutti si toccavano vigorosamente le palle”.

San raffaele

Attore, scrittore, autore e istrione tra radio e tv; era la cattiva coscienza dell’Italia degli anni ’70 e, a suo modo, lo è rimasto anche negli anni del suo “autunno da patriarca”. Amava provocare e dare scandalo; ogni intervista si traduceva in un esilarante combattimento verbale, ogni apparizione in una sorpresa anche per le fogge personalissime che aveva scelto con una predilezione per i caftani bianchi e i berretti orientali. E’ stato un padre difficile per i suoi due figli e un marito affettuoso con la moglie Maura che per 60 anni ha diviso con lui la vita. Ma alla fine è stato soprattutto quel Fantozzi di cui il critico Paolo Mereghetti scrisse: “Fantozzi, come la maggioranza dell’umanità, non ha talento. E lo sa. Non si batte né per vincere né per perdere ma per sopravvivere. E questo gli permette di essere indistruttibile. La gente lo vede, ci si riconosce, ne ride, si sente meglio e continua a comportarsi come Fantozzi”. Ieri come oggi.

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