Blitz quotidiano
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Cimelio del fascismo su un muro di Roma, Balilla dimenticato

ROMA – Cimelio del fascismo su un muro di Roma, il nome Balilla, eroe genovese trasformato a sua insaputa da Mussolini in eroe fascista, in una strada del centro di Roma fa un certo effetto e dimostra che in 70 anni dalla fine della guerra e del regime fascista qualche passo avanti lo abbiamo fatto.

Nessuno si scandalizza più se sul muro esterno di una palestra in via Orazio, a Roma, in un complesso scolastico pubblico, domina la scritta Opera Nazionale Balilla. Il muro, come tutto il perimetro degli edifici, più di uno, che occupano scuole comunali elementari e medie, è stato restaurato di recente, non si tratta di uno di quei vecchi murales che si trovano sulle strade di campagna che inneggiano alla prossima vittoria e al credere obbedire combattere.

Sembra piuttosto un atto di conservazione di un documento murale risalente a un passato che oggi non lacera più.

La controprova. Non sembrano molti i giovani, ancor oggi nostalgici di quei fasti e nefasti che non hanno mai conosciuto, che sanno chi fu Balilla, cosa rappresenti nella storia di tutta Italia, una specie di profeta del Risorgimento, ancor più di Pietro Micca, come sia stato fascistizzato senza nessun nesso ideologico né fattuale.

Eppure i balilla erano una categoria pre militare del fascismo, come lo erano i pionieri per il comunismo sovietico e anche italiano, gli aspiranti per l’Azione cattolica, uno modo per inquadrare i giovani e formarli al futuro, spesso con risultati opposti.

Eppure Balilla è una figura che meriterebbe maggiore rispetto, a cominciare dalla sua Genova, dove, a causa della fisica distruzione del suo rione, Portoria, (una specie di Trastevere dei tempi) e della colossale operazione immobiliare conseguente, il suo monumento non domina più la strada principale di Portoria ma è finito in posizione marginale e per anni anche di oblio.

Per molti genovesi Balilla è un bar, un bar moderno di 70 anni fa dove fanno gelati tra i migliori del mondo.

Balilla sembra si chiamasse Giovanni Battista Perasso, ma Balilla non è la deformazione di Baciccia, nomignolo di Giovanni Battista; viene da Balletta, come ancor oggi dicono a Genova a un bambino piccolo e magari un po’ cicciottello. E c’è chi ha scritto che oltre a Balilla il bambino lo chiamassero anche in un modo assai più volgare, anch’esso tipicamente genovese.

Erano i tempi, dicembre 1746, in cui Genova era stata occupata dagli austriaci, che la città, pur abituata a convivere con truppe d’occupazione francesi e spagnole, non gradiva proprio. Il 5 dicembre 1746 un cannone si impantanò nel fango della strada principale di Portoria, in realtà un lungo carrugio un po’ più largo degli altri che passavano in mezzo a quella casbah di case malane, senz’aria, abitate da gente fra la più povera della città.

Gli austriaci sprezzanti ordinano ai genovesi sfaccendati e curiosi che seguivano i loro sforzi di liberare il cannone dal fango di aiutarli. Ma il tono non fu gradito e a Balilla Perasso andò il sangue alla testa. Si chinò e dal fango raccolse un sasso, si girò verso gli altri genovesi e chiese, in un dialetto antico e oggi desueto: “Che l’inse?” essendo cominciare il significato del verbo insà.

Lanciò il sasso contro le truppe austriache e scatenò la rivolta popolare che in pochi giorni costrinse gli occupanti a lasciare Genova.

Cosa ci sia di fascista in tutto questo è dura da capire, Balilla è simbolo di rivolta anti militarista, libertario, anarchico, anti potere costituito se ce ne è uno; ma così vollero Mussolini e i propagandisti del regime. Ci scrissero una canzone, ormai dimenticata da quasi tutti tranne che da Youtube.





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