“A Napoli se un cronista decide di raccontare la verità rischia grosso”: Arnaldo Capezzuto, di E Polis – Napoli, per Articolo 21

Pubblicato il 17 Luglio 2009 13:09 | Ultimo aggiornamento: 17 Luglio 2009 13:11

“A Napoli se un cronista decide di raccontare la verità rischia grosso” è il titolo della storia che Arnaldo Capezzuto, giornalista di SIl Napoli, del gruppo E Polis, pubblica sul sito dell’associazione Articolo 21.

Inutile girarci attorno: a Napoli se un cronista racconta la verità rischia grosso. E’ un assioma tramandato dall’esperienza del mestiere e svela un bieco avvertimento: la cocciutaggine professionale si paga a caro prezzo. Il 27 marzo di cinque anni fa Annalisa Durante, appena 14 anni, è l’ennesima vittima innocente dei killer della camorra. L’omicidio avviene in via Vicaria Vecchia a Forcella, un rione di Napoli dove la camorra storicamente fa ciò che vuole. Lavorare in un piccolo quotidiano (all’epoca Napolipiù, testata chiusa l’anno scorso) ti permette in generale di non seguire le agenzie e la gerarchia delle notizie ma di lavorare liberamente, costruirti rapporti di fiducia e insinuarti nei ciottoli delle viuzze dove i clan sono padroni. Una presenza costante la mia che si è incrociata con don Luigi Merola, prete anticamorra di Forcella e Giovanni Durante, il papà di Annalisa. Le cronache si fanno attente. Il primo colpo è stato – con la forza della denuncia – far abbattere alcuni manufatti abusivi della famiglia Giuliano che si affacciavano – vedi il paradosso – sul terrazzo della scuola che a breve sarebbe stata dedicata alla memoria di Annalisa Durante. Non solo. La rimozione di un muretto che bloccava l’accesso delle volanti della polizia e una scala che serviva ai “signorotti” del clan per fuggire da un vicolo all’altro in caso di blitz delle forze dell’ordine. L’onda lunga dell’indignazione, l’iniziale tam tam mediatico induce molti residenti del rione – nonostante le frequentazioni con ambienti malavitosi – a recarsi dagli inquirenti e a verbalizzare. Un fatto enorme per gente abituata ad entrare e uscire dalla Questura in manette. Il processo sembra una passeggiata Salvatore Giuliano non ha speranze: sparò ad Annalisa Durante. Ma qualche mese prima dell’ inizio del dibattimento accadono episodi molto inquietanti: pestaggi, irruzioni in abitazioni, minacce. Le cosche non vogliono la condanna di Giuliano. Hanno paura di un effetto domino giudiziario. L’unica arma è avviare una potente campagna d’intimidazione ai testimoni. Lo scrivo. Lo denuncio. Riporto notizie segretissime. Si apre il dibattimento. Puntualmente comincia la girandola delle ritrattazioni : “Signor presidente non ricordo”, “Signor Giudice il verbale è falso”, “La firma non è la mia”, “Io ai Giuliano li rispetto, sono come uno di famiglia”, “Mi sono sbagliato: quella sera io non c’ero a Forcella”. Esattamente quello denunciato su Napolipiù qualche mese prima. Il 27 maggio 2005, a fine udienza in un corridoio laterale all’aula 114 della Corte d’Assise del Tribunale di Napoli, mi blocca il pluripregiudicato Luigi Giuliano, padre dell’imputato Salvatore e cugino omonimo del padrino Lovigino, ex capo della Nuova Famiglia (quella che negli anni Ottanta fece la guerra alla Nco di Raffaele Cutolo) e mi dice: “Voi siete Capezzuto. Vorrei sapere come dobbiamo fare con voi. Scrivete sempre contro la mia famiglia. Adesso dite che i Giuliano stanno minacciando i testimoni…che li vogliamo fare ritrattare….non è vero…quando scrivete gli articoli mettete delle parole per far capire altre cose”. Ribatto con la voce che mi trema: “Faccio il giornalista, scrivo i fatti”. Lui attacca: “Voi siete stato sempre contro di noi. Il vostro giornale mette sempre in prima pagina i Giuliano. Vi dico solo che dovete stare attento perché le disgrazie succedono all’improvviso”. Lo interrompo e gli chiedo : “Mi state minacciando?”. E lui :”No….vi sto dando un consiglio così evitiamo i problemi”. L’escalation è innescata. Il 2 Luglio 2005
Viene fatta recapitare alla Parrocchia di San Giorgio ai Mannesi una lettera anonima per minacciare me e don Luigi Merola di morte. In particolare nella missiva c’è scritto che farò la fine di Siani perché scrivo sempre in prima pagina le notizie contro i Giuliano. La lettera si conclude con due pupazzi decapitati. Lo stillicidio è solo all’inizio. Il 24 novembre 2005, sempre approfittando di una pausa processuale, i genitori di Salvatore Giuliano cioè Luigi e Carmela De Rosa più altre due persone mi fermano fuori l’aula. Carmela De Rosa dice: “Scrivi sempre delle minacce e delle ritrattazioni, noi non c’entriamo niente. Queste persone, i testimoni che hanno ritrattato ci hanno fatto solo un danno. Tu ce l’hai con noi e la mia famiglia. Stai contro Salvatore. Ti piace sbattere il mostro in prima pagina. Scrivi i particolari come è vestito, che cosa fa, come si muove” Interrompe Luigi Giuliano: “Scrivi che io sono un pregiudicato, tutta Napoli sa che io sono un pregiudicato, tu lo scrivi perché devi farci la guerra ma la guerra te la facciamo noi. Io ho tutti i giornali conservati, le cose non le dimentico…stai tranquillo”. Riprende la De Rosa: “Tu vuoi vedere mio figlio con il vestito a strisce bianche e nere come si faceva tanti anni fa con il numero in petto. Sei un giornalista che fa di cognome Durante. Ti sei fissato…Stai sempre a fare le foto a Forcella e a parlare con la gente. Ti devi fare i cazzi tuoi, ci stai dando fastidio”.
Un fardello pesante. Ne parlo con il giornale e con Ottavio Lucarelli, l’unico, sempre accanto in ogni momento della vicenda. Ma un altro accadimento oscuro e gravissimo irrompe nella storia : due ragazzi in scooter gettano una bottiglia incendiaria nel palazzo dove abita Giovanni Durante. Un chiaro segnale.
Non è finita. Mentre il processo Durante si avvia a conclusione giunge il 20 gennaio 2006 una telefonata in redazione dove una voce artefatta dice minacciosa Ss’ adda fa e cazzi suoi Capezzuto ‘o si no ‘o sparammo”….

La redazione del giornale viene messa sotto tutela con una vigilanza saltuaria delle forze dell’ordine. Io comincio a scomparire firmando gli articoli con un pseudonimo e tralasciando purtroppo i particolari mentre le fasi conclusive del processo vengono affidate a un mio collega.

Va avanti l’inchiesta nata dalle mie denunce insieme a don Merola e approda al rinvio a giudizio degli imputati. Nel frattempo Salvatore Giuliano esaurisce tutti i gradi di giudizio e ora sconta una pena definitiva a 20 anni di carcere. C’è lo spazio per la condanna dei testimoni che nel corso del processo hanno ritrattato la loro verità e l’apertura di un nuovo fascicolo d’inchiesta sui soggetti che a vario titolo misero in essere una strategia di minacce per intimidire i testi.

Poi il capitolo minacce al cronista.
Il processo viene celebrato davanti alla XI Sezione del Tribunale di Napoli – giudice Carlo Spagna – l’ordine dei giornalisti della Campania con il presidente Ottavio Lucarelli si costituisce parte civile (non è mai accaduto a Napoli). Del resto è già una rarità il fatto che un cronista minacciato trascini in aula i propri aggressori. Poi la cronaca di questi giorni. Una secca condanna per Luigi Giuliano a 2 anni e 6 mesi di carcere e per la consorte Carmela De Rosa a 2 anni e 2 mesi. Il giudice ha stabilito anche un risarcimento per il cronista di 10 mila euro e 25 mila per l’Ordine dei Giornalisti della Campania. Denaro che sarà devoluto in beneficenza alle associazioni che operano al rione Forcella. Conclusione: i cronisti non devono ritenere “fisiologico” diventare bersaglio di minacce e aggressioni. Occorre denunciare e andare fino in fondo anche tra l’indifferenza dei tanti, in primis i molti colleghi bravi solo a parole. Anche così si restituisce dignità alla professione.