Condanna di Aung Suu Kyi e reazione europea: la viltà delle sanzioni

di Marco Benedetto
Pubblicato il 11 Agosto 2009 14:09 | Ultimo aggiornamento: 13 Ottobre 2010 18:13

Alla notizia della condanna di Aung Suu Kyi la quasi immediata reazione dell’Unione europea è stata: sanzioni. Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha precisato: legname e pietre preziose. Turismo, invece, libero: potresti perdere qualche voto in casa se limitassi il diritto a viaggiare dei tuoi concittadini.

Ricorrere alle sanzioni è una strada comoda: non implica azioni militari, non reca grandi danni ai paesi che le impongono, fa sentire potenti.

Di solito sono efficaci in modo limitato, ci vorrebbe uno spiegamento militare costosissimo e inconcepibile dai tempi del blocco continentale degli inglesi contro Napoleone: ma quelli erano altri tempi e poi il blocco era parte di una guerra guerreggiata.

Se poi le sanzioni sono limitate a alcune merci, l’effetto è ancora più ridotto: drenava più risorse alla Birmania lo sforzo di guerreggiare con le varie tribù ribelli delle montagne. Fatta la pace, la Birmania è fiorita, nonostante le sanzioni.

Basta fare qualche ricerca d’archivio per rievocare le sanzioni all’Iraq di Saddam Hussein: sono ottime per il contrabbando e per gli affari loschi (“oil for food”). Hanno l’effetto di fare stare un po’ peggio la gente, come succedeva in Iraq, come accade in Birmania, ma non così tanto peggio, perché di solito i paesi oggetto delle sanzioni sono già poveri di loro e per i poveri non fa molta differenza.

Anche l’Italia subì le sanzioni, ai tempi dell’invasione dell’Etiopia, ma la cosa non fece grande differenza, come raccontava a me bambino un vecchio signore ebreo antifascista.

Come dimostra la storia dell’Italia, dell’Iraq, della Birmania, le sanzioni non hanno certo l’effetto di indurre ribellioni: essendo imposte contro regimi autoritari, questi hanno ben saldo il controllo poliziesco e anche la macchina di propaganda e riescono quindi a dirottare il biasimo dal dittatore contro il quale sono mirate ai paesi che le hanno imposte.

Sono anche un po’ la misura della viltà dei politici, sulla linea del prepotente con i deboli e debole con i potenti: nessuno si sognò di imporre sanzioni alla Germania, nessuno sogna di imporre sanzioni alla Cina.

Sono un modo per sentirsi forti e potenti. Che poi paghi, se paga, la povera gente, poco importa.