Giavazzi sul Corriere della Sera difende la riforma Gelmini della Università

Pubblicato il 30 Novembre 2010 17:27 | Ultimo aggiornamento: 30 Novembre 2010 17:33

Francesco Giavazzi si occupa della riforma universitaria in un editoriale sul Corriere della Sera del 30 novembre.

L’articolo di fondo ha inizio citando Luigi Einaudi.

«Del valore dei laureati unico giudice è il cliente; questi sia libero di rivolgersi, se a lui così piaccia, al geometra invece che all’ingegnere, e libero di fare meno di ambedue se i loro servigi non gli paiano di valore uguale alle tariffe scritte in decreti che creano solo monopoli e privilegi ». (Luigi Einaudi, La libertà della scuola, 1953).

Commenta Giavazzi: “Il ministro Gelmini non ha il coraggio di Luigi Einaudi, non ha proposto di abolire il valore legale dei titoli di studio. Né la sua legge fa cadere il vincolo che impedisce alle università di determinare liberamente le proprie rette, neppure se le maggiori entrate fossero interamente devolute al finanziamento di borse di studio, cioè ad «avvicinare i punti di partenza» (Einaudi, Lezioni di politica sociale, 1944). Né ha avuto il coraggio di separare medicina dalle altre facoltà, creando istituti simili a ciò che sono i politecnici per la facoltà di ingegneria. Perché a quella separazione si oppongono con forza i medici che grazie al loro numero oggi dominano le università e riescono a trasferire su altre facoltà i loro costi”.

Ma, “la realtà è che la legge Gelmini è il meglio che oggi si possa ottenere data la cultura della nostra classe politica”.

Il giudizio è sostanzialmente positivo: “La legge abolisce i concorsi, prima fonte di corruzione delle nostre università”.

La “nuova figura di giovani docenti «in prova per sei anni»”, la cui conferma è condizionata a  “risultati positivi nell’insegnamento e nella ricerca” in quel periodo. Sostenere che “questo significa accentuare la «precarizzazione» dell’università dimostra di non conoscere come funzionano le università nel resto del mondo”. anzi, pone una pietra tombale sul futuro di molti giovani”.

Quanto ai finanziamenti Giavazzi dimostra come i fondi siano alla fine rimasti al livello del 2007-08. Erano  7 miliardi l’anno, sono 7,2 miliardi nel 2010, 6,9 nel 2011, gli stessi di tre anni fa.

Ancora di positivo Giavazzi rileva che “la legge innova la governance delle università: limita l’autoreferenzialità dei professori prevedendo la presenza di non accademici nei consigli di amministrazione (seppure il ministro non abbia avuto la forza di accentuare la «terzietà» del cda impedendo che il rettore presieda, al tempo stesso, l’ateneo e il suo cda). Per la prima volta prevede che i fondi pubblici alle università siano modulati in funzione dei risultati”.

U po’ di polemica con i partiti: “Agli articoli ancora da discutere sono opposti (dall’opposizione, ma anche dalla Lega) emendamenti che la snaturerebbero. Uno alquanto bizzarro, dell’Udc, abroga il Comitato dei garanti per la ricerca, introdotto su richiesta del Gruppo 2003, i trenta ricercatori italiani i cui lavori hanno ottenuto il maggior numero di citazioni al mondo”.

Contro Fini e i suoi che hanno “proposto che i 18 milioni che la legge finanziaria destina ad aumenti di stipendio per chi nell’università già c’è non siano riservati ai giovani, ma estesi a tutti. Così quei 18 milioni si sarebbero tradotti in venti euro al mese in più per tutti, anziché quaranta al mese per i giovani. Fortunatamente quell’emendamento non è passato”.

Però, “altri sono in agguato, tra cui alcuni che introducono ope legis di vario tipo. Se passassero, meglio ritirare la legge”.

Un’ultima critica verso il Pd, che  “ha annunciato che voterà contro. Davvero Bersani pensa che se vincesse le elezioni riuscirebbe a far approvare una legge migliore? Migliore forse per chi nell’università ha avuto la fortuna di riuscire a entrare. Dubito per chi ne è fuori nonostante spesso nella ricerca abbia ottenuto risultati più significativi di chi è dentro”.