Gli elettori italiani e la sindrome francese, secondo il Corriere della Sera e il centro Cattaneo di Bologna

Pubblicato il 28 Marzo 2010 11:27 | Ultimo aggiornamento: 28 Marzo 2010 11:27

Un giornalista del Corriere della Sera, Francesco Alberti, è andato a Bologna, a intervistare Piergiorgio Corbetta che, affiancato da Pasquale Colloca, ha elaborato per conto dell’istituto di ricerca bolognese «Carlo Cattaneo» una teoria sulla soglia minima del tasso di affluenza alle urne oltre la quale si può parlare di “sindrome francese”.

Diciamo subito che la teoria del Cattaneo è stata elaborata molto in vitro, senza tenere conto di tutto quel che è successo, nel mondo e in Italia, negli ultimissimi anni. In Italia, poi, focalizzati dalla lotta tra il bene il male, scegliete voi chi sia il bene e chi il male, si dimentica la crisi mondiale, la mancata soluzione di quella crisi impossibile per un governo singolo, impossibile per chiunque, ma attribuita, come è stato fatto in Francia, comunque al governo in carica. Si dimentica anche che personaggi come Berlusconi e Sarkozy hanno ottenuto molti voti facendo promesse il primo di abbassare le tasse il secondo di mettere in campo di concentramento tutti i nordafricani residenti in Francia.

Una volta andato all’Eliseo Sarkozy ha fatto quel che non poteva non fare, si è comportato da persona normale, corteggiando un po’ anche la sinistra radical chic, ottenendo, lui, il feroce razzista in Francia, un premio da una fondzione ebraica americana come amico della coesistenza fra le razze. Ma alla pancia profonda della Francia razzista e nera dentro i premi di Elie Wiesel non importano molto e alle elezioni Sarkozy è stato punito e Le Pen premiato.

E quelli che non se la sono proprio sentiti di votare l’impresentabile Le Pen o una sinistra guidata da prime donne  vanitose e rissose e remota dai problemi della gente comune, hanno preferito non andare a votare costituendo così il primo partito francese.

Berlusconi ha promesso tante cose alla pancia profonda dell’Italia piccolo borghese, su tutto la riduzione delle tasse, che poi non ha potuto attuare causa crisi, anzi le tasse il suo governo, magari con le indirette e lasciando andare sciolti comuni e regioni,  le ha aumentate. Berlusconi è un gran venditore e il venditore ha sempre la meglio, perché qualche balla la rimedia sempre. Fino al giorno in cui il suo negozuo si svuota o i clienti non gli rispondono più alla porta quando suona il campanello.

Sembra difficile immaginare un travaso di voti dalla destra alla sinistra e viceversa: anche in Italia l’alternativa sembra l’adesione al partito del non voto. Quanti saranno i nuovi iscritti?

Seguiamo il ragionamento del Corriere: “Partendo quindi dal presupposto che anche quest’anno vi sarà un calo dei votanti, i ricercatori del «Cattaneo» hanno provato a fissare delle soglie di allarme”. Dice Corbetta: “La domanda che ci siamo posti  è la seguente: se avessimo ora, nel 2010, lo stesso livello di partecipazione al voto che si ebbe alle Politiche 2008 e lo stesso aumento dell’astensionismo alle Regionali rispetto alle Politiche che si ebbe nel 2000 e nel 2005, quale tasso d’affluenza alle urne dovremmo avere?”.

Interpreta Alberti: “La risposta, appunto, è il 70,5% come valore medio tra le 13 Regioni interessate alle consultazione. Una stima che, rispetto al 71,5% delle Regionali 2005, rappresenterebbe, sì, un aumento dell’astensionismo, ma fisiologico. Il quadro cambia a livello delle singole regioni. Dato che i tassi di partecipazione sono diversi nelle varie aree del Paese, le soglie d’allarme variano da regione a regione. Lasciando da parte il Lazio, dove il pasticcio delle liste rischia seriamente di pregiudicare l’affluenza al voto («È lecito attendersi — dice Corbetta — un astensionismo fuori norma per effetto della mancata presenza sulla scheda elettorale del Popolo della libertà»), vi sono regioni tradizionalmente fedeli alle urne nelle quali, per poter parlare di astensionismo fisiologico e non di onda anomala, la soglia dell’affluenza dovrà essere più alta del 70,5%: è il caso dell’Emilia-Romagna (75%), Umbria (73,1%), Veneto (72,3%), Lombardia (71,8%). Situazione capovolta invece in Calabria, Puglia, Campania, dove basterà un’affluenza tra il 63 e il 67% per non dover scomodare la sindrome francese”.

Sembra un po’ ottimista e astratto. Staremo a vedere.