Honduras/ Il rientro del presidente deposto Zelaya a Tegucigalpa è macchiato dal sangue. Su “Pallamondo” il racconto del blogger Antonio Laforgia

Pubblicato il 15 Luglio 2009 21:35 | Ultimo aggiornamento: 15 Luglio 2009 21:35

Il colpo di Stato in Honduras visto dagli occhi di un ragazzo italiano in viaggio. L’attesa per il rientro del presidente deposto Manuel Zelaya in patria. L’esercito che spara sulla folla festante all’aeroporto. Giovani vite che si spezzano sotto i colpi dei mitra. Nel blog “Pallamondo”, Antonio Laforgia fa rivivere i momenti salienti della “bloody Sunday di Tegucigalpa”.

«Domenica 5 luglio resterá una data indelebile nella storia dell’Honduras. A sette giorni dal colpo di stato, sette giorni di continue manifestazioni e di intense riunioni degli organismi internazionali, Tegucigalpa si sveglia in un’atmosfera di ingannevole tranquillitá. Alle 10 di mattina il segnale di Radio Globo, l’unica emittente radio nazionale capace di eludere la censura del nuovo governo, riprende di colpo a trasmettere, ed riempie l’aria in maniera fulminea e dirompente, come fosse un’aquazzone tropicale. Dagli stereo dei malandati autobus locali, dagli altoparlanti che campeggiano fuori dai negozi di vestiti e dalle radioline che portano al collo i vecchietti che si aggirano per la piazza viene fuori una sola, unica voce. E’ quella del presidente deposto con le armi Manuel Zelaya, che da Washington si rivolge al popolo hondureño, annunciando che é sul punto di decollare per fare ritorno nel paese. L’annuncio ha un effetto quasi immediato, come fosse una sveglia collettiva, e col passare dei minuti le strade si riempiono di sostenitori del presidente che si dirigono verso l’aeroporto per accoglierlo».

«I militari circondano in forze le recinzioni e formano un doppio cordone assieme alle forze di polizia, bloccando la via di accesso allo scalo areoportuale. Aldilá del cordone un serpentone di migliaia di persone di cui non si arriva a scorgere la coda invoca a gran voce il ritorno del presidente, mantenendo calma e determinazione nonostante il trascorrere delle ore. La situazione é in stallo totale, e tutto lascia pensare che il nuovo governo formato dalla vecchia oligarchia del paese non lascerá che i sostenitori di Zelaya raggiungano l’entrata dell’aeroporto, sul cui tetto sono giá appostati diversi franchi tiratori. Poi, all’improvviso, il colpo di scena. Le forze di polizia, di gran lunga piú democratiche e vicine che l’esercito al deposto governo di Zelaya, decidono di permettere l’avanzata della manifestazione. Una scelta che puó spiegarsi con la prospettiva di un’imminente ritorno del presidente, con la pressione esercitata da una miriade di persone che esplodono in un moto di gioia collettiva quando si aprono i cordoni, o forse con i tragici avvenimenti che l’esercito propizierá di lí a poco. La moltitudine festosa applaude la polizia che si ritira, e si riversa pacificamente tutt’intorno all’aeroporto, asserraggliandosi di fronte alle recinzioni. Si respira un’atmosfera surreale, quasi di attesa messianica, mentre dietro le recinzioni cresce il dispiegamento di uomini e mezzi militari. E’ come se sequestrandolo e portandolo fuori dal paese i golpisti abbiano investito Manuel Zelaya di un aurea mitologica, facendogli guadagnare un sostegno politico ed emotivo che va ben oltre quello su cui poteva contare fino a quando era al potere».

«Oltre 150.000 persone rivolgono ripetutamente lo sguardo al cielo in un impressionante scenario di mimesi collettiva, nella speranza di scorgere l’aereo che trasporta il presidente. Passano le ore, e cresce l’impazienza della gente, che vorrebbe entrare nel recinto areoportuale per impedire che il presidente venga arrestato non appena mette piede fuori dall’aereo. Molti iniziano a recidere le recinzioni, ma continua a predominare un grande senso di responsabilitá collettiva, e nessuno si azzarda a varcarle. Il camioncino che coordina la manifestazione, davanti alla pressione dei manifestanti che si fa sempre piú incontrollabile si avvicina e si rivolge ripetutamente ai militari, esortandoli a non aprire il fuoco contro il loro popolo e a disertare qualsiasi ordine in tal senso. L’appello viene ripetuto piú e piú volte, e sembra avere efficacia, riportando alla calma anche gli animi dei manifestanti. Poi, senza alcun preavviso, e senza che nulla potesse giustificarlo, si scatena l’inferno. I militari aprono il fuoco sulla folla inerme e disarmata, e le detonazioni dei fucili si alternano a quelle dei lancia lacrimogeni. Gli spari sono intensi, come si trattasse di un conflitto a fuoco, ma provengono da una parte sola. Quelle migliaia di persone che poco prima rivolgevano il loro sguardo verso il cielo si ritrovano faccia a terra, come fossero in una trincea. Un tappeto umano che appare e scompare tra le nuvole dei gas, e del quale mi ritrovo a far parte anche io. Cerco di utilizzare la maglietta come maschera, ma gli occhi si infiammano e la gola mi si stringe in una morsa tossica, riportandomi tutto d’un colpo ad un altro luglio di fuoco, quello del 2001 a Genova. Poi gli spari diminuiscono, e la gente inizia a reagire, scagliando un fiume di pietre contro i militari che indietreggiano a testuggine. Poco a poco i gas si diradano, aprendo la vista ad un orribile scenario di guerra, con decine di corpi che giacciono al suolo, tra gemiti e rivoli di sangue».

«Due di loro non si rialzeranno piú. Sono due ragazzini, il piú grande di 19 anni, freddati con un colpo alla nuca partito dai fucili di precisione dei francotiratori. Lo spauracchio del bagno di sangue agitato dal cardinale Oscar Rodriguéz il giorno prima, nel tentativo di far desistere Zelaya dall’intenzione di tornare nel paese, si é fatto realtá. Mentre le ambulanze si portano via i vivi e i morti, e le lacrime dei gas si confondono con quelle di dolore, lo sguardo degli honduregni all’improvviso torna a rialzarsi. In cielo é comparso l’aereo del presidente Zelaya, che sorvola ripetutamente l’aeroporto come a cercare la manovra giusta per atterrare. La disperazione si trasforma in entusiasmo, in quello che é il passaggio piú denso e contraddittorio di questa imprevedibile saga centroamericana. Le camionette dei militari si muovono rapidamente all’interno dell’aeroporto, parcheggiandosi di traverso su entrambe le piste per impedire l’atterraggio del velivolo. L’aereo continua a volteggiare per almeno dieci minuti sul cielo di Tegucigalpa, quasi a salutare quelle migliaia di nasi all’insú, mentre i militari si sdraiano al suolo come dei soldatini, tornando a puntare i loro fucili contro i manifestanti. Poi, dopo un ultimo giro, l’aereo scompare. Vista l’impossibilitá di atterrare, Zelaya fará rotta su El Salvador, dove lo aspettano il presidente dell’Ecuador Rafael Correa e la presidentessa argentina Cristina Kirchner, che erano pronti a raggiungerlo in Honduras nel caso fosse riuscito a rimetterci piede. E’ l’ultimo atto di questa domenica 5 di luglio, che ha visto la piú grande manifestazione della storia del paese, la prima per moltissimi giovani, coetanei dei due ragazzi che hanno perso la vita. Una giornata che rappresenta solo un capitolo della piú lunga storia che questo popolo dovrá saper scrivere per poter conquistare la democrazia. Una storia di cui questi ragazzi di oggi potranno essere i grandi protagonisti».