Il ritratto

Pubblicato il 30 Marzo 2010 16:59 | Ultimo aggiornamento: 30 Marzo 2010 16:59

Occhi neri, sguardo da pantera, corpo sensuale e consistente, voce calda, profonda, maschile.

“Ogni tanto mi diletto a dipingere” – Disse lui con noncuranza ma preoccupandosi di impostare un tono di petto.

“Davvero? Ma sai fare proprio tutto tu!” – Rispose lei quasi cinguettando e con tono da soprano.

“Sì, solo che ora è da un po’ che non lo faccio. Vorrei tanto riprendere. Tu mi stai facendo ritornare la voglia di farlo. Credo proprio che farò un quadro per te” – Disse lui guardandola significativamente negli occhi.

“Oooh! E che cos’hai in mente?” – Fece lei mentre già le si dilatavano le pupille senza avere assunto droghe.

“Credo proprio che dipingerò te” – Rispose lui con tono attento.

“Allora mi dovrai fare una foto, visto che non c’è ne’ il tempo ne’ il modo che io mi possa mettere in posa per farmi ritrarre” – Disse lei con voce flautata.

“Nessuna foto”- Ribatté lui misterioso.

“E come farai?” – Chiese lei trepidante.

“Credi che io non ricordi ogni tuo particolare, credi che nella mia mente non sia impressa ogni tua posa?” – Disse lui con espressione mistica.

Con generosa dovizia di particolari lui la teneva aggiornata sui progressi dell’opera.

La tela che avrebbe usato, di trama non comune: l’avrebbe fatta pervenire dall’estero.

I colori che avrebbe impiegato: d’origine naturale, reperiti direttamente dall’Egitto, forse trafugati dalla tomba della regina Nefertiti.

I pennelli che avrebbe adoperato: fatti da lui stesso a mano con pelo di cinghiale maschio umbro, da lui ucciso appositamente con arco e frecce, vestito da cacciatore preistorico per l’occasione.

La posa nella quale l’avrebbe immortalata: che doveva essere una sorpresa.

Le vesti che l’avrebbero o non l’avrebbero ricoperta.

Lui, novello Ulisse, avrebbe fatto per lei, invece che un talamo sorretto da un ulivo, un ritratto che avrebbe immortalato proprio lei, novella Penelope, e che le avrebbe dato fama imperitura ai posteri come la donna il cui uomo ne ricordava le fattezze a memoria.

Inebriato dal ricordo del profumo di lei, anche questo scolpito nella sua memoria, avrebbe dato la prima pennellata sulla tela per infondervi la di lei inconfondibile essenza.

Il ritratto richiese parecchio tempo e, per essere sicuri che il ritrovato pittore non dimenticasse nessun particolare, furono fatti diversi ripassi: per amore della pittura.

L’arte ha il suo prezzo e richiede sacrifici, innumerevoli peripezie e acrobazie per osservare la tensione dei muscoli del corpo durante ogni movimento: da orizzontale, da verticale, da in piedi, da seduto, da piegato, da accovacciato, su una gamba sola, sospeso, di spalle, di lato, capovolto…

Lei non riusciva a capire bene in che posa lui l’avrebbe voluta immortalare.

In ogni modo, insieme a lui, che con tanta buona volontà si prestava, accettò di fare quei frequenti e acrobatici esercizi, entusiasta del ruolo di musa ispiratrice che il pittore le aveva generosamente tributato, per lasciare generosa testimonianza di sé alle generazioni future e, chissà, anche ad abitanti di altri mondi ancora sconosciuti.

Finalmente l’opera venne scoperta.

Un corpo di donna nudo: in bianco e nero (ed i colori rubati a Nefertiti?).

“Ma chi è?” – Disse lei speranzosamente pensando che lui avesse voluto farle uno scherzo.

“Scusami, non sono bravo a ritrarre i visi, e poi ti ho detto che ho appena ripreso”- Disse lui fugando la prima illusione.

“Sì lo so, scusami”- Disse lei temendo di avere ferito l’anima d’artista che albergava in lui.

E subito dopo: “Ma io non ho queste tette! Io le ho tonde e questa qui ha il seno a pera ed anche un po’ sceso!” – Protestò.

“Guarda che il tuo seno è proprio così, se visto un po’ di lato. Il corpo, infatti, ha una leggera torsione verso sinistra dovuta alla posa: non mi dirai che neanche questa è tua!”- Disse lui quasi offeso.

“No, no! Hai ragione – Rispose lei già pentita dell’osservazione azzardata – Per il seno io ho un altro punto di vista, ma senz’altro il tuo è migliore…La posa sì, è sicuramente la mia!” – Disse confrontando mentalmente quella posa statica con gli esercizi ginnici, le torsioni e lo stretching praticati per mesi e con tanto impegno.

“Certo che è la tua! E’ quella che mi piace tanto!” – Le disse lui con gli occhi dolci.

“Ma questo fondo schiena non assomiglia al mio!” – Osservò lei cercando rassicurazioni.

“Ti assicuro che è il tuo, visto da dietro è proprio così!” – Affermò lui con molta convinzione.

In effetti, lei, quella parte non è che se la fosse vista proprio bene…

Le balenò l’idea di specchiarsi con un doppio specchio per accertarsene, ma poi, temendo di scoprire che il suo deretano fosse peggio di quanto lui lo aveva raffigurato, lasciò cadere la cosa.

Ed ancora, vedendo le unghie smaltate di quella figura dipinta: “Ma io non mi dipingo mai le unghie, e poi di rosso! Di sicuro, da quando ti conosco, non l’ho mai fatto!”

“Io non sono molto bravo-, ripeté lui con gli occhi bassi – l’ho fatto per dare risalto alle tue belle dita lunghe, altrimenti erano come indefinite!”

“Pensa! – Fece ancora lui rianimandosi – Le ho dipinte con della vera porpora, sono andato io stesso a pescare i molluschi marini! Credimi, sei proprio tu!”

“E’ vero, – continuò rammaricato – ho perso un po’ la mano e non ti ho reso giustizia, in effetti, tu sei molto più bella. Ti ho fatto tanto diversa? Possibile che non ti riconosci?”

Il “ Sei molto più bella” ottenne il suo effetto.

“Ma no! No! Certo che mi riconosco! Ad un’osservazione complessiva, si vede che sono io. E poi non è vero che sono molto più bella…”. – Disse lei in cerca di conforto.

“Per me lo sei” – Replicò lui con sguardo sognante.

Lei quel quadro se lo tenne appeso sul letto, al posto dell’immagine delle Sante Reliquie che aveva portato apposta da Gerusalemme: benché ogni mattina, appena aperti gli occhi e dopo avere dato uno sguardo al quadro, si specchiava nuda in quella posa del dipinto per convincersi della tanto reclamata rassomiglianza.

Venne l’estate.

Lei andò al mare con i suoi amici.

Tutti insieme decisero di spingersi verso lidi solitamente da loro non battuti.

Il tramonto fu uno spettacolo inatteso: soprattutto per qualcuno della compagnia.

Sulla battigia due persone passeggiavano: una donna con le unghie dipinte di rosso, con smalto sicuramente acrilico, anche un po’ scheggiato, ed un uomo molto abbronzato o, chissà, forse scuro di suo, con residui di pittura sul corpo e sulle mani.

Di corsa li raggiunse un bambino: “Paapy!”

Lo stato di levitazione mistica in cui lei versava l’abbandonò e  perciò cadde: per fortuna era sulla spiaggia e la sabbia era fina e morbida.

Assunse in un attimo un aspetto gassoso: per la rabbia.

Qualcuno la scambiò per un geyser.

Giorni dopo, sul posto arrivarono alcuni studiosi ai quali era giunta voce di uno strano fenomeno fumogeno, inusitato per quel luogo.

Lei non si presentò per chiarire l’accaduto: non voleva entrare nel guinness dei primati (come credulona).

Ora, che è ritornata al suo stato regolare, tiene quel quadro, faccia sconosciuta, seno a pera cadente, fianchi stretti, natiche insulse, unghie smaltate all’acrilico, in bella vista.

I suoi amici non le fanno domande.

Lei lo ha intitolato: “Qui giace un’illusione”.

Per decenza si é curata di nascondere la dedica.