Il trio dei compagni: Berlusconi, Erdogan e Putin. Gli obiettivi energetici del premier e gli strumenti della diplomazia italiana

Pubblicato il 7 Agosto 2009 13:32 | Ultimo aggiornamento: 7 Agosto 2009 19:37

Nella partita internazionale il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi tenta in tutti i modi di guadagnare punti di prestigio e prova a risollevare la reputazione sua personale e dell’Italia, almeno all’estero. Ultima mossa l’accordo sul gasdotto South Stream:  ha presenziato alla firma tra il premier russo Vladimir Putin e il suo omologo turco Recep Tayyp Erdogan e ha vantato il ruolo centrale della diplomazia nostrana nell’intesa energetica nell’Europa orientale.

In un primo momento Ankara ha ringraziato il premier per il supporto, poi però ha tenuto a precisare che forse Berlusconi ha «esagerato» nel decantare i successi italiani in terra straniera.

Il serpentone del gas da 900 chilometri, che sarà costruito da Eni e Gazprom, porterà energia russa all’Europa -Italia compresa- passando dalla Turchia. Il ruolo italiano dunque è marginale, se non nell’ottica europea. Per Bruxelles è fondamentale mettere le mire sui rubinetti russi e Berlusconi ne è consapevole.

In un momento in cui  è schiacciato dallo scandalo escort e sbeffeggiato in patria e fuori, mentre l’economia della penisola arranca e il divario fra nord e sud cresce per stipendi, scuola e politica, il presidente del Consiglio vuole riprendere visibilità e garantirsi l’appoggio del Cremlino, ma anche della Turchia.

Questa volta si è tenuto alla larga dalle sue note e discusse gaffe durante le trasferte estere e ha tentato di guadagnarsi gli scatti dei fotografi, al centro tra i due leader mondiali. Mostrarsi amico di Putin gli fa guadagnare un cuscino per tamponare eventuali problemi economici e lo fa salire di posizione sullo scacchiere internazionale.

Sulla Turchia Berlusconi guarda al futuro, per accaparrarsi anche il benvolere di Obama. Il governo guidato da Erdogan è in trattativa per entrare nell’Unione Europea e per il presidente americano il Paese è «un alleato cruciale, è unita da più ponti oltre a quelli sul Bosforo». Nell’aprile scorso la Casa Bianca ha fatto sapere che «sostiene con forza l’ingresso della Turchia in Europa, perché ne allargherebbe e rafforzerebbe le fondamenta».

Come ha scritto il quotidiano turco Hurriyet, Berlusconi, Putin e Erdogan «non hanno nobili cause come i Tre Moschettieri di Alexandre Dumas», ma formano «il trio dei compagni – o camerati – della politica. Berlusconi è incapace in Italia di gestire ogni cosa nel modo che vada bene a lui, ma a differenza di Putin e Erdogan – che hanno nutrito l’informazione locale convertendola ad una sorta di ufficio stampa – lui possiede le sue televisioni e giornali».

Gli obiettivi della cooperazione tra la Çalık Holding turca, l’Eni SpA italiana e la OAO Gazprom russa sono piuttosto chiari: portano benefici per tutti e rappresentano «un grande slam per l’Italia», come ha detto Berlusconi. La partita si gioca non solo al presente, ma guarda «al futuro, quando la produzione di energia avverrà attraverso le centrali nucleari».

Proprio per questo il premier ha preso la palla al balzo e ha spinto sulla corsa al nucleare tanto agognata da Erdogan (che ha spinto lo stesso premier turco a cercare l’appoggio del Cremlino). «Stiamo pensando a una partecipazione nella costruzione di una raffineria e di una centrale nucleare in Turchia».

Berlusconi ha corso anche un altro rischio: quello che il progetto South Stream sostituisse il Nabucco, che dovrebbe portare gas dal Marc Caspio all’Europa. Un pericolo presto scampato dato che Ankara ha rassicurato che non ci sarà nessun piano alternativo, gli impegni presi verranno mantenuti.

Con Erdogan il presidente del Consiglio ha anche un altro match in sospeso e deve giocarlo sia sul fronte turco che sul fronte vaticano. Il governo di Ankara ha stretto la morsa sui cattolici, impedendo la riapertura della chiesa di San Paolo a Tarsus: le voci di malcontento sono rimbalzate dall’Osservatore Romano alla stampa turca. Dopo lo scandalo escort, il presidente del Consiglio deve stare attento a gestire i malumori della Chiesa, sia in Italia che in Turchia.

Diplomazia al lavoro, dunque: il premier ha stretto la mano di Erdogan, ha siglato l’accordo, ha fatto dichiarazioni eclatanti con l’intenzione che facessero il giro del mondo. E così è stato. Adesso Berlusconi aspetta una risposta, attende segnali positivi per l’Italia,  e non solo da Russia e Turchia, ma soprattutto da Washington e Bruxelles.