Il volto sfigurato di Aisha e la decisione (coraggiosa) di Time

Che senso ha vedere secondi fini dietro la scelta di difendere le donne?

Faccio fatica a condividere le perplessità di chi, come Isabella Bossi Fedrigotti sul Corriere della Sera, ha criticato la scelta del settimanale Time di mettere in copertina, la scorsa settimana, la foto di Aisha. Aisha è una ragazza afghana di diciotto anni alla quale, un anno fa, il marito ha tagliato con un coltello il naso e le orecchie, mentre suo fratello le teneva ferma la testa a terra. Ubbidivano al comandante talebano del loro paese, che aveva deciso di punirla così perché era scappata. Aisha aveva spiegato di essere dovuta fuggire perché la trattavano come una schiava, la picchiavano, e temeva che se fosse rimasta con la famiglia del marito sarebbe morta, ma il comandante era stato irremovibile e il marito e il cognato di Aisha avevano eseguito la sentenza. Isabella Bossi Fedrigotti, scrittrice e giornalista sensibile, ha scritto sul Corriere che la scelta del direttore di Time sarebbe stata ipocrita: la volontà non di denunciare una condizione – quella delle donne afghane sotto i talebani – ma di fare una copertina sensazionale, con un significato politico inequivocabile, dal momento che l’articolo di Time s’intitola: «Che cosa succede se andiamo via dall’Afghanistan». Il sospetto è lecito ma non mi piace. Non voglio pensare – mai – che qualcuno sia mosso da un sentimento diverso da quello che esprime, e non perché io sia un’anima candida, ma perché penso che in Italia siamo schiavi delle dietrologie, che siano il nostro vizio. Un vizio che spesso ci inchioda e tiene immobili, mentre il resto del mondo va avanti, o almeno si muove. Il direttore del Time Richard Stengel spiega in un editoriale di avere riflettuto a lungo se mettere o meno la foto di Aisha in copertina, consapevole che si tratta di una fotografia sconvolgente, che finirà anche sotto gli occhi dei bambini, ma di aver deciso di farlo dopo essersi assicurato che Aisha era ben consapevole del significato di questa scelta, che la condivideva e che si trovava in un luogo protetto, in attesa di essere portata negli Stati Uniti per un’operazione di plastica che cercherà di restituirle un volto. Naturalmente Stengel rivendica il significato della sua decisione: in America si guarda con preoccupazione al fatto che il presidente afghano Hamid Karzai stia premendo per aprire un dialogo coi talebani, con l’intenzione – secondo lui – di pacificare il Paese. È possibile dialogare con chi decide di mozzare il naso e le orecchie a una ragazza per dimostrare a tutte le donne che cosa succede se ci si ribella alla famiglia del marito? Tutto è possibile, la situazione in Afghanistan è davvero complessa, ma la sensazione di molti osservatori internazionali e locali è che cercare di proteggere in ogni modo le donne afghane dalle leggi talebane sia la strada giusta per estendere i diritti umanitari e civili a tutti, donne e uomini. È così in tutto il mondo: peggiore è la condizione femminile di un Paese, minore è il suo stato di salute, di libertà, e di civiltà.

 


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