“La mafia raccontata al cinema e in tv rischia di favorire i boss”, parola di magistrato

Pubblicato il 27 Agosto 2009 13:12 | Ultimo aggiornamento: 27 Agosto 2009 13:12

La mafia ritratta sul piccolo e grande schermo fa discutere tre magistrati impegnati in prima persona nella lotta contro la malavita organizzata: Roberto Scarpinato e Antonio Ingroia della procura di Palermo e Raffaele Marino di quella di Torre Annunziata. Che si chiedono se film e fiction italiane trasmettano davvero allo spettatore un’immagine negativa della mafia o se ci sia il rischio che finiscano per esaltarne il fascino sinistro.

Domande pesanti, che i magistrati si pongono sulle pagine del prossimo numero di “Duellanti”, in edicola dal 2 settembre, che dedica uno speciale al rapporto tra film, fiction e mafia.

«In un momento di sbanda­mento del nostro cinema, ma anche di ricerca e di riflessione» spiega nell’editoriale il direttore della rivista, Gianni Canova, è particolar­mente importante che «ci si metta in­sieme — almeno fra coloro che han­no ancora a cuore le sorti di un paese che si sta a poco a poco perdendo — per provare a immaginare di racconta­re storie diverse».

Diverse, per esempio, dalla rappre­sentazione dei mafiosi come un grup­po di «brutti, sporchi e cattivi», figli del degrado economico e am­bientale, che si esprimono in un italiano approssimati­vo, contro cui lottano coraggio­samente un pugno di eroi pronti ad arrivare fino all’estremo sa­crificio.

Un’immagine che non coincide con la realtà, secondo Scarpi­nato, che porta a testimonianza la sua esperienza sul campo e i tantissimi processi di cui è stato protagonista: quella della mafia è una storia fatta di delitti e stragi «decise in interni bor­ghesi da persone come noi, che han­no fatto le nostre stesse scuole, fre­quentano i nostri stessi salotti, prega­no il nostro stesso Dio (…), un terribi­le e irrisolto affare di famiglia, inter­no a una classe dirigente nazionale tra le più premoderne, violente e pre­datrici della storia occidentale». Di fronte a cui è difficile «spiegare il si­lenzio, la distrazione — che talora sembra sconfinare nell’omertà cultu­rale — di tanti sceneggiatori e regi­sti».

Secondo Antonio Ingroia «è accaduto, accade e accadrà che certe rappresen­tazioni finiscano per propagare, spes­so al di là delle migliori intenzioni, il fascino sinistro dell’eroe del male». Come nel caso della fiction “Il capo dei capi” (su Totò Riina), che veicola «una certa idea dell’immutabilità e dell’eternità della mafia stessa, difficile da vincere in una terra incline al fatalismo come la Sicilia».

Allo stesso modo, Raffaele Marino si chiede perché il serial “La nuova squadra”, che nelle precedenti stagio­ni «era fortemente agganciata alla re­altà di Napoli che non è mai stata tut­ta bianca, ma nemmeno tutta nera», adesso sia stato ridotto a «un campio­nario di luoghi comuni e incongruen­za che difficilmente si poteva riuscire a concentrare in un’opera che, seppur di fantasia, ha (o per meglio dire ave­va) la pretesa di ritrarre un ambiente e un territorio complesso come la Na­poli odierna».

Rilievi non da poco, che chiamano in causa regi­sti e sceneggiatori italiani schiavi dei luoghi comuni: «È co­sì impossibile raccontare la mafia co­me una narrazione della realtà che ro­vesci gli stereotipi» si chiede insomma Ingroia? La domanda, per ora, resta senza risposta.