“Le pensioni dei giornalisti sono il bancomat degli editori”

di Franco Abruzzo
Pubblicato il 14 Settembre 2015 7:03 | Ultimo aggiornamento: 14 Settembre 2015 11:05
"Le pensioni dei giornalisti sono il bancomat degli editori"

Andrea Camporese, presidente Inpgi. Cresce la rivolta

ROMA – Un gruppo di giornalisti pensionati ha indirizzato una lettera aperta a Matteo Renzi e tanti altri contro la riforma della sistema pensionistico dei giornalisti come è stata concepita dal Consiglio di amministrazione dell’Istituto preposto alla previdenza della categoria (Inpgi). Al nucleo di firme da cui è partita la petizione, Salvatore Rotondo e tanti altri giornalisti della Stampa, cui altre se ne aggiunte da tutte le parti d’Italia. La petizione è aperta. Ne riporto qui una sintesi.

La lettera aperta è indirizzata al presidente dell’Inpgi, al Cda e al Consiglio generale dell’Istituto, alla Presidenza del Consiglio, ai Ministeri vigilanti, alle Commissioni parlamentari competenti, all’Ordine e alla Fnsi. Contiene un secco NO ALLA RIFORMA DELLE PENSIONI IN ESSERE:

“La cosiddetta riforma è un attacco ai diritti costituzionali che in Italia non ha precedenti. È un atto illegale perché l’Inpgi, in ragione della legge istitutiva e dello Statuto, non ha alcun potere di sforbiciare le pensioni pregresse”.

“Da quasi 5 anni anche i giornalisti pensionati subiscono il blocco della perequazione, con conseguenti pesanti riduzioni e danni perenni, e che mille giornalisti da un anno e mezzo hanno subito il taglio della pensione in quanto superiore a 91.250 euro lordi l’anno (legge Letta n. 147/2013). Per effetto di questi provvedimenti, decisi da Governo e Parlamento, l’Inpgi ha già beneficiato di risparmi per 20 milioni di euro”.

“Noi lottiamo per impedire un precedente che lederebbe una tutela collettiva, che appartiene alla generazione dei nostri padri, alla nostra e a quella dei nostri figli”.

“La condizione di illegalità diffusa sottrae grandi risorse all’Istituto e inquina il mercato dell’informazione”.

“Basta con la legge 416/1981, che ha consentito i prepensionamenti a raffica, anche con crisi aziendali soltanto ‘previste’. Il nostro Istituto è così diventato il bancomat degli editori e ne ha pagato a caro prezzo carenze, miopie, incapacità, furbizie”.