Letterina sulle questioni di genere

Pubblicato il 17 agosto 2010 2:02 | Ultimo aggiornamento: 17 agosto 2010 2:02

di Marika Borrelli

Non ho accantonato i temi tragici di questa estate, ma siamo a ferragosto. Coniughiamo le questioni di genere all’emancipazione delle popolazioni migranti, poichè – stranamente! – le donne, pur non essendo minoranze, vengono trattate da tali.

“Qualche post fa ho commentato un’intervista del Time Magazine ad un’alta dirigente pubblica (nonché esponente parlamentare) francese, Noëlle Lenoir, in merito alla mancanza di donne nei posti di comando, nell’industria come nella pubblica amministrazione.

Successivamente, mi sono imbattuta in un’altra intervista (questa volta sul NYT) ad una tale Cindy Padnos, dirigente di una società che finanzia nuove aziende in California.

La questione era: perché non ci sono abbastanza donne (manager, ricercatrici, scienziate, inventrici, CEO) nell’industria tecnologica?

Premettendo che il mito delle donne inadatte alle materie scientifiche – e, quindi, disinteressate alla tecnologia in ogni sua declinazione – non è più valido e che le facoltà scientifiche e tecniche sono piene di studentesse molto brave che portano a termine i loro studi, la Padnos ha invitato ad aggiornare i dati: è in crescita l’imprenditorialità femminile in questo campo, ma le difficoltà di consolidamento dipendono dall’abitudine (sbagliata) di non scegliere partner simili per motivazione, genere o altre attribuzioni, preferendo il ‘tipico’ manager o socio maschio, pregiudizialmente ritenuto più affidabile, magari proveniente da Stanford.

La Padnos, poi, ha lanciato un concetto provocatorio: le donne dovrebbero agire come gli immigrati Indiani (o medio-orientali più in generale) in USA, all’inizio degli anni ’80. Questi giunsero quasi in massa negli States, invitati per sopperire alla mancanza di ‘cervelli’ nell’industria dell’Information Technology e dopo 30 anni hanno raggiunto le posizioni top, conquistando spazi e considerazione, grazie alla loro strategia di fare gruppo tra loro, di sostenersi vicendevolmente e di condividere origini e destino.

Da cittadini di ‘serie B’ (parole dell’articolo), ora, indicherebbero la strada alle donne!

Secondo la Padnos, dunque, le donne trovano ancora molte difficoltà a causa di pregiudizi interni (“non fare gruppo”) ed esterni (“ritenere – per abitudine, solo per abitudine – che gli uomini siano più adatti in questo campo”).

Che dire? Personalmente, mi dispiace che nel terzo millennio sia una donna – la Padnos – a riferirsi alle donne come ‘etnia’ ed a consigliare strategie da ‘minoranze’.

Una cosa però vorrei sotto lineare: l’ondata di tecnici medio-orientali era tutta al maschile, ed – al di là della minoranza arrabbiata con voglia di rivalsa – la strategia adottata era (ed è) tipicamente maschile.

La vera rivoluzione sarebbe emergere con modalità nuove, non da minoranze con voglia di riscatto e conquista di territorio. Sarebbe più opportuno – e meno testosteronico – adottare strategie condivisorie: le donne sono parte del mondo non un mondo a parte. Non mi piace pensare che le donne riusciranno solo se adotteranno le consuete modalità maschili, solo perché finora vincenti, in quanto questo è solo un altro pregiudizio maschilista che si auto-alimenta e la Padnos ne è stata conquistata, in nome di un’antica idea di efficacia organizzativa e di efficienza aziendalistica.


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