L’Europa delle destre non è una sinfonia

Pubblicato il 12 luglio 2010 10:01 | Ultimo aggiornamento: 12 luglio 2010 10:01

Le cosiddette “famiglie politiche europee” sono curiose entità a temperatura variabile. Nelle fasi storiche in cui tutto sembra andare per il meglio, quando si moltiplicano le vittorie elettorali e le cariche di governo, il profilo della destra o della sinistra europea appare netto, autorevole e persino capace di dettare la linea a questo o a quel partito incerto sul da farsi. Quando invece le cose si mettono male, si stenta anche solo a riconoscere i contorni di quella che un tempo appariva come una nobile e prestigiosa famiglia politica transnazionale. Se la sinistra europea è ancora nel profondo di una lunga crisi di consenso, avendo esaurito la riserva di ispirazione accumulata nel corso degli anni Novanta senza averla ancora sostituita con niente di analogo, il disagio che in questi ultimi mesi sembra aver preso la destra è di lettura più difficile.

Da un lato la mappa politica dell’Unione europea non lascia alcun margine al dubbio: con l’eccezione di Madrid, dove Zapatero sopravvive con fatica, in tutte le principali capitali governano leadership di centrodestra. Dall’altro lato, queste stesse leadership non sembrano condividere alcun orizzonte comune e sono minacciate, ciascuna per proprio conto, da crisi interne di sorprendente gravità. In Francia la volata elettorale di Nicolas Sarkozy alla ricerca della riconferma presidenziale si annuncia lunga e complicata, dovendo egli ribaltare indici di popolarità crollati ai minimi storici e recuperare gli effetti perversi di un’ideologia della “rupture” che invece di liberare gli spiriti vitali della nazione si è accompagnata all’esibizione di un familismo degno della peggiore tradizione chiracchista. In Germania Angela Merkel deve ancora adeguare il passo ad un’alleanza di governo del tutto diversa dalla precedente, dove alla capacità di mediazione mostrata nel guidare la “grande coalizione” con i socialdemocratici dovrebbe sostituirsi una forza di visione che la Signora Cancelliere ancora non possiede. In Gran Bretagna la luna di miele di Cameron è già disturbata dalla difficoltà di rispettare il primo impegno preso con gli alleati liberaldemocratici, ovvero il cambiamento in senso proporzionale della legge elettorale. Dell’Italia è forse meglio non dire. Se non per notare che mai come in questa fase il berlusconismo appare incapace di darsi una missione di medio periodo, al di fuori di una confusa agenda di sopravvivenza comunque incentrata su ciò che sta più a cuore agli interessi privati del presidente del consiglio.

Si tratta di difficoltà diverse per partiti e governi diversi, ognuno alle prese con contesti nazionali specifici. Eppure i sintomi non apparirebbero tanto gravi se il centrodestra europeo si trovasse in una fase di maggiore forza politica. O anche solo se tra i suoi azionisti principali vi fosse una condivisione di scenari che la crisi economica ha invece frantumato, come ci racconta il caso franco-tedesco. La divaricazione di vedute tra Parigi e Berlino nelle risposte da dare alla crisi non potrebbe essere più evidente. Così come la volontà della Germania di affermare la legittimità dei propri interessi nazionali, senza più alcun pedaggio da pagare ai sensi di colpa di una storia novecentesca che considera superata e avendo invece tutte le intenzioni di far pesare per intero la propria forza economica. Se l’appannarsi dell’asse franco-tedesco è un problema forse transitorio per l’Unione europea, che può comunque contare sulla forza delle proprie istituzioni, esso rappresenta invece una minaccia mortale per la “famiglia politica europea” di centrodestra. La quale non può fare alcun affidamento né sulla fragile bizzarria del PDL italiano né sui Tories britannici (ormai lontani anche formalmente dal PPE), restando quindi del tutto dipendente da ciò che si muove tra Parigi e Berlino. Paradossalmente è difficile immaginare che la destra europea possa contare ancora a lungo su un numero tanto ampio di governi amici, ma è facile intuire che la mancanza di una visione condivisa tra i conservatori europei (e soprattutto tra i conservatori francesi e tedeschi) ne indebolisca le fortune già alle prossime tornate elettorali.


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