Fini e Berlusconi: “La morale pubblica non coincide con il codice penale”. Un confronto nel blog di Marco Lillo sul sito del Fatto

Pubblicato il 15 Novembre 2010 10:16 | Ultimo aggiornamento: 15 Novembre 2010 10:16

Dal Fattoquotidiano online, il blog di Marco Lillo del 6 novembre 2010

Fini deve pagare ‘le conseguenze dell’amore’. Domani Gianfranco Fini a Perugia dovrebbe comunicare al paese cosa pensa di fare da grande. Tutti attendono parole chiare sul destino del Governo Berlusconi e sulla missione del suo movimento.

Dopo il discorso di Mirabello e dopo il telemessaggio a reti unificate, entrambi segnati dall’imbarazzo per la campagna sulla casa di Montecarlo, il presidente della Camera finalmente può uscire dall’angolo della cucina monegasca nel quale i media berlusconiani lo avevano cacciato. In suo favore giocano due novità: la prima di carattere giudiziario, la richiesta di archiviazione della Procura di Roma, e la seconda di carattere mediatico: lo tsunami di Ruby e Nadia che ha travolto quel che resta dell’immagine del suo antagonista Silvio Berlusconi. Se oggi Fini può salire sul palco più rilassato è grazie alla Procura di Roma, secondo la quale il presidente della Camera non ha commesso alcun reato svendendo la casa di Montecarlo a una società off shore che poi l’ha affittata al cognato Giancarlo Tulliani.

Sbaglierebbe però se confondesse la richiesta di chiusura delle indagini (non ancora accolta dal Gip) con la chiusura del caso. La morale pubblica non coincide con il codice penale e il presidente della Camera, pur avendo accettato lo scrutinio della magistratura con grande compostezza, non ha ancora assolto del tutto ai suoi doveri nei confronti della pubblica opinione e dei suoi militanti.

Tante volte pm e giudici hanno archiviato o assolto Silvio Berlusconi per i suoi comportamenti censurabili. E non per questo abbiamo smesso di chiedere conto delle telefonate con Agostino Saccà, delle mazzette Fininvest alla Guardia di Finanza, dei rapporti con Vittorio Mangano e di quelli con Bettino Craxi. Così anche nell’ultima vicenda di Ruby, non bisogna aspettare il comunicato ambiguo del Procuratore Edmondo Bruti Liberati o le scelte del procuratore aggiunto Ilda Boccassini per giudicare lo sconcio della telefonata in favore della ‘nipote di Mubarak’.

Fini da luglio a oggi è stato prima omertoso poi tardivo e opaco. Se vuole restare credibile, se vuole dimostrare di essere profondamente diverso da Berlusconi, deve recuperare con uno scatto di reni gli errori iniziali. Dopo la pubblicazione della notizia su Il Giornale, Fini aveva adottato la strategia del silenzio. Di fronte a questo atteggiamento, pochi giorni dopo l’avvio del tormentone estivo, avevamo scritto: “Se fossimo in Gran Bretagna, Fini dovrebbe dimettersi da presidente della Camera per la scarsa trasparenza sull’affaire monegasco a cavallo tra partito e famiglia. In mancanza di risposte convincenti sulla traiettoria che ha portato il lascito della contessa dalla ‘giusta battaglia’ all’uso personale del fratello della sua compagna, Fini sarebbe un politico finito. Il suo ruolo impone al presidente della Camera di chiarire tutto e subito”.

Al termine dell’indagine della Procura e dopo le inchieste giornalistiche, il dubbio sul proprietario attuale dell’appartamento monegasco non è dissolto. Anzi. Ci sono numerosi indizi per ritenere che il beneficiario effettivo sia Giancarlo Tulliani: la lettera del ministro di Saint Lucia; le fatture per i lavori di ristrutturazione; l’incontro con l’ambasciatore; le firme uguali sul contratto per il locatore e il conduttore. Certo, manca la cosiddetta pistola fumante ma sul campo restano due certezze e due dubbi inquietanti: è certo che il prezzo della vendita da An alla Printemps Ltd nel 2008 (fissato o almeno accettato da Fini) sia inferiore di alcune centinaia di migliaia di euro a quello di mercato; è certo che Giancarlo Tulliani abita in quella casa e l’ha ristrutturata a suo piacimento. E’ invece dubbio se Tulliani sia il reale proprietario. Ma è dubbio anche che Elisabetta Tulliani (che avrebbe scelto la cucina dell’appartamento secondo testimonianze e foto non smentite da Fini) sia stata consapevole complice di un possibile raggiro del compagno da parte del fratello. A questo punto cosa dovrebbe fare un leader di partito che ha certamente svenduto una casa dei suoi militanti a una società anonima? Cosa deve fare un leader che non riesce a imporre a suo cognato di abbandonare quell’appartamento?

L’amore per la compagna è un sentimento nobile che può accecare anche il politico più avveduto. Ma un vero leader deve assumersi la responsabilità delle ‘conseguenze dell’amore’. Il presidente della Camera, quando ha scelto di aderire ai suggerimenti immobiliari del cognato, si è fidato di lui. Tuttora Fini abita nel condominio dei Tulliani e ha voluto la compagna Elisabetta in prima fila al discorso di Mirabello per dimostrare che il caso monegasco non aveva cambiato nulla tra loro. Così facendo ha preso sulle sue spalle il peso degli errori e dei danni prodotti dalle scelte scellerate del cognato. Solo se avrà il coraggio di affrontare le conseguenze di questa scelta, Fini potrà presentarsi con le carte in regola davanti all’opinione pubblica e ai suoi militanti.