Movida o sit in? Importante è protestare, meglio se seduti. Sognando California. Contro le mode, di Bruno Tucci

Pubblicato il 21 Settembre 2009 0:16 | Ultimo aggiornamento: 21 Settembre 2009 15:30

sit-inFacciamo una movida o un sit-in? Qualcuno potrà pensare che l’interrogativo sia ironico, ma non lo è, perché le nuove mode nascono e crescono coinvolgendo giovani e non più giovani.

Certo la baldoria notturna è un vezzo dei ragazzi (ormai li chiamiamo così fino ai 25), ma la “protesta da seduti” coinvolge un po’ tutti. Basta affacciarsi un giorno qualsiasi sulla piazza di Montecitorio, a Roma. Già, proprio lì dove c’è il Palazzo con la “p” maiuscola. La fauna è molto assortita, ma ha un unico denominatore comune: gridare la propria giustizia contro gli inquilini di quell’edificio. Dai precari delle scuole agli operai di una fabbrica; dagli studenti impoveriti per mancanza di infrastrutture ai tassisti che non vogliono la liberalizzazione; dai pensionati che non sanno come sbarcare il lunario ai ricercatori che non hanno i fondi necessari per i loro studi. L’obiettivo è uno soltanto: la Camera con la “c” maiuscola, anche se i contestatori variano ed hanno problemi diametralmente opposti.

Non importa, l’essenziale è che il sit-in abbia una certa efficacia e raggiunga i suoi obiettivi. Organizzarlo non è difficile: non c’è bisogno di un esercito di gente, sono sufficienti qualche decina di persone che abbiano il bene della pazienza. Ci si siede, si occupa uno spazio vitale e si aspetta fiduciosi. Montecitorio è forse la piazza più ambita perché è diretta al cuore del potere. Però, non ci formalizziamo perché il sit-in può raggiungere il risultato sperato anche se il palazzo (con la “p” minuscola) è differente. Ad esempio, può essere la sede di un ministero, una stazione ferroviaria, un monumento dell’antichità dove i turisti, incuriositi, si affollano.

O, anche, la sede di mamma Rai, in quel famoso viale Mazzini che tutti gli italiani conoscono. Una trasmissione non è pluralista? Okay, si va e si protesta seduti con cartelli e striscioni. I precari non riescono ad ottenere un contratto a tempo indeterminato? Che c’è di meglio che diffonderlo ai quattro venti davanti al cavallo di Viale Mazzini? Con tanto di fotografi e giornalisti muniti di taccuino.

In pochi minuti si ferma la circolazione ferroviaria se il sit-in è sui binari; si blocca il traffico in autostrada se la protesta si sposta sulla Salerno-Reggio Calabria o sulla Bologna-Canosa. Le mode, comunque, debbono andare di pari passo con il progredire del tempo. Così, se si vuole qualcosa di più fragoroso, ecco gli operai salire su una gru alta oltre cinquanta metri; oppure occupare una fabbrica e renderla inoperosa. In questi casi, però, si valicano i confini della norma e l’intervento della polizia può rendere vana la protesta. Meglio tornare all’antico, dunque. Con il sit-in. Un giorno, due giorni; una notte, due notti. Si fanno i turni come in una fabbrica.

Nessuno obietta. La disciplina è ferrea. D’estate va meglio; d’inverno la situazione peggiora e il meccanismo può incepparsi per via di qualche defezione. Ma i professionisti non demordono e sono pronti a qualsiasi sacrificio. Anche se qualcuno, durante una delle ultime riunioni in cui si doveva decidere un sit-in, ha esclamato: “Pensa se operassimo in California! Una pacchia. Ventisei, ventisette gradi tutto l’anno”. In fondo, bisogna capirli. O no?