Nomine Rai/ Un balletto di oltre sei mesi che nel tempo è diventato una “tarantella”. Cronologia di una “spy story” all’italiana, tra nomi, smentite, e ritrattazioni

Pubblicato il 6 Agosto 2009 22:40 | Ultimo aggiornamento: 6 Agosto 2009 23:48

Il balletto delle nomine sta tenendo sulle spine la Rai da circa sei mesi. Nomi che vanno e vengono, affermazioni, smentite e ritrattazioni. Nomi annunciati e sorprese improvvise.

Si comincia dal 1 aprile, quando, in base alle prime indiscrezioni,  Carlo Rossella rifiuta la poltrona di Rai Fiction. Nessuno gliela avrebbe offerta formalmente, ma informalmente i si dice puntano sull’unico che ha il potere di decidere, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Rossella, ex direttore di “Panorama” e del Tg5, puntava più in alto e cioè il vertice di Rai Uno. 

Sono giorni in cui le indiscrezioni si susseguono all’impazzata, soprattutto dopo la megariunione di Palazzo Grazioli di venerdì 17 aprile, in cui il premier sembrava aver concordato con i partner della maggioranza quanto meno una buona parte dei nomi che sarebbero approdati ai posti di comando. La riunione fu seguita non solo dalle proteste dell’opposizione, turbata dalla gestione “casereccia” della questione, ma anche di esponenti dei partiti di governo, perché molti, nella componente ex An del Pdl, non erano d’accordo sulle scelte che stavano invece a cuore a Berlusconi. Visto il vespaio, Berlusconi cercava di gettare acqua sul fuoco smentendo tutto e promettendo che sarebbero arrivati «volti nuovi».

Il presidente della Commissione parlamentare vigilanza sulla Rai, Sergio Zavoli, assicurava la propria indignazione, facendosi garante con gli italiani che mai «si sarebbe fatto mettere i piedi in testa dalla maggioranza». Non è uscito in modo titanico dalla vicenda: la maggioranza lo ha lasciato parlare, lo ha calcolato meno del due di coppe a briscola, ma Zavoli, nonostante qualche altro exploit verbale che gli è valso  titoli religiosamente osannanti su qualche giornale, non ha tratto l’unica conclusione che avrebbe dovuto: dimettersi.

 A metà maggio la situazione sembra delinearsi, con le prepotenti candidature di Augusto Minzolini al Tg1, Mauro Mazza a Rai Uno e Mario Orfeo al Tg2. In quei giorni si scatena la bufera politica. Ad An non va giù Minzolini, ma Berlusconi assicura che la rappresentanza degli alleati verrà salvaguardata da Orfeo, che però gli ex missini considerano ormai uomo di fiducia del premier. Berlusconi alla fine la spunta,  anche se sui vicedirettori ha dovute fare delle marce indietro. La contestazione dei consiglieri in quota opposizione non serve a nulla, innanzi tutto perché quando si va ai voti sono i seggi che contano, non le parole; e poi perché il presidente Paolo Garimberti, nominato dalla sinistra, si schiera apertamente con la linea dettata da Palazzo Grazioli.

Il Pd parla di «forzatura nelle nomine», con Rosy Bindi che arriva a denunciare «l’occupazione aziendale della maggioranza». Ma il direttore generale di Viale Mazzini, Mauro Masi assicura sull’«assoluta professionalità» dei nominati, con il pieno conswenso del presidente Garimberti.

Le nomine tornano di grande attualità in vista delle elezioni europee di giugno. E qui irrompe la Lega, che chiede la poltrona di Rai Due per l’ex direttore della Padania Pierluigi Paragone. A luglio arriva la conferma che la seconda rete verrà assegnata solo dopo il G8. Il 16 luglio si sblocca almeno la situazione di Rai Sport, con la chiamata per Eugenio De Paoli.

Lo stallo sembra nuovamente innervosire Zavoli, che sembra irritato dall’enorme peso della politica sulla vicenda. «Le nomine dei partiti non devono bloccare l’azienda», tuona il presidente della Vigilanza. Persino il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (23 luglio) chiede una soluzione «condivisa e urgente». Ed ecco che, come per magia, la matassa si sbroglia. Nello stesso giorno Mario Orfeo è designato alla direzione del Tg2, mentre la rete va nelle mani di Massimo Liofredi. Ancora congelate invece le posizioni di Paolo Ruffini e Antonio Di Bella per quanto riguarda Rai Tre e Tg3.

Ma le polemiche non tendono a placarsi, tanto che il 25 luglio Giuseppe Giulietti ipotizza tesi complottistiche e arriva a rivangare addirittura Licio Gelli. Altro nodo da sciogliere è quello relativo ai Giornali Radio e ad alcune vicedirezioni. E il totonomine comincia a tingersi di giallo, mischiandosi con l’annullamento della partnership con Sky: all’inizio di agosto Masi annulla una conferenza stampa.

Le nomine del settore radiofonico sembrano più epurazioni, con l’eliminazione dai quadri di Del Bosco e Caprarica. E stavolta, oltre alle accuse di lottizzazione dell’opposizione, strenuamente difese da Capezzone, e stavolta cerca di prendere una posizione anche Garimberti, che annuncia di non votare più «se non in piena condivisione». E detta quelle che saranno le sue «quattro condizioni».

Forse sul presidente della Rai ha avuto effetto l’attacco di Repubblica, quotidiano del quale Garimberti è stato vice direttore, riferito dal sito Dagospia: secondo il portale, “La Repubblica” avrebbe «sputtanato» l’ex vicedirettore del giornale Garimberti, attraverso un articolo al vetriolo di D’Avanzo, che accusa l’ex collega di non aver svolto appieno il ruolo di “presidente di garanzia” contro la militarizzazione imposta da Berlusconi.

Così quello che era un walzer, nel tempo si è trasformato in una tarantella. Quando la musica è finita, sembra che gli unici nomi fatti all’inizio della vicenda esclusi dal conto finale siano quello di Susanna Petruni, inviata al seguito di Berlusconi, che avrebbe dovuto dirigere Rai 2 e quello di Franco Bechis, che sarebbe dovuto diventare vice direttore del Tg1. Sdembrava che Berlusconi ci tenesse molto a entrambi, ma tutti sanno anche che Berlusconi è un maestronell’arte di confondere le piste e le idee agli avversari.