Peter Mandelson, lo special one

Pubblicato il 25 luglio 2010 10:01 | Ultimo aggiornamento: 25 luglio 2010 10:01
Chiunque coltivi una passione per la politica, o anche solo un interesse per le arti del consenso democratico, dovrebbe ammirare Peter Mandelson. Al contrario, mentono sapendo di mentire coloro che ostentano disprezzo per il suo magistero. Soprattutto se hanno a che fare con un mestiere politico. Perché non c’è leader politico, piccolo o grande, che non vorrebbe avere un Mandelson al suo fianco. Un personaggio capace di inventarsi la coppia Blair-Brown quando il partito laburista era al fondo di una depressione senza uscita, Margaret Thatcher macinava successi e la sinistra britannica era prigioniera di una spirale autodistruttiva, scommettendo su due futuri primi ministri che all’epoca non erano che giovani matricole parlamentari. Uno stratega mediatico che ha capito prima degli altri, e soprattutto degli altri progressisti europei, l’importanza che una comunicazione efficace riveste per qualsiasi proposta o leadership politica. Ma anche un militante coraggioso che non si è fermato alla superficie comunicativa, investendo sui contenuti e sull’innovazione della proposta laburista. Il rumore provocato dal suo libro di memorie, “The Third Man”, non si spiega solo con i contenuti abrasivi delle rivelazioni su Blair, Brown e su molti passaggi fondamentali dei tredici anni di governo laburista ma soprattutto con il significato che nel corso degli anni ha accumulato questa celeberrima figura di advisor politico. Una figura neanche troppo originale, se guardata con attenzione, perché nel suo profilo ritroviamo l’incarnazione contemporanea dell’eterno consigliere del principe. Con l’aggiunta di una tendenza all’esposizione in prima persona che lo ha reso tre volte ministro e due volte dimissionario, ma ogni volta capace di tornare sulla scena con maggiore influenza e visibilità.

Eppure la parte più interessante della vita di Mandelson è quella che precede la sua notorietà, quando muove i primi passi nel partito da figlio d’arte della tradizione laburista (suo nonno materno fu Herbert Morrison, tra i principali ministri del governo Attlee). In verità da quel partito il giovane Mandelson era brevemente fuggito nei primi anni Ottanta, deluso dalla china estremistica assunta dal Labour dopo la vittoria della Thatcher e deciso a cimentarsi con un lavoro “normale” nel mondo televisivo. L’esperienza da produttore presso il canale privato London Weekend Television fu breve ma utilissima al suo ritorno nei ranghi del Labour, dove nel 1985 viene reclutato da Neil Kinnock con la funzione di “direttore della comunicazione”. Una carica che nascondeva un vuoto di strategie, visioni e persino risorse come ha raccontato lo stesso Mandelson rievocando i suoi primi giorni da “comunicatore” laburista: “L’atmosfera era deprimente e mi trovavo ogni giorno a sbattere la testa contro la più compatta incomprensione di quello che dicevo, mentre ciò che nel mondo reale era naturale e scontato suonava strano e persino minaccioso per la cultura del partito laburista … Gli strumenti di cui disponevo all’epoca consistevano di una sedia traballante, un tavolo a cui mancava una gamba, una pianta d’edera in agonia e un telefono in puro stile Seconda Guerra Mondiale”. Da lì Mandelson si sarebbe mosso velocemente, dando nuova definizione all’immagine del partito già per le elezioni del 1987. E soprattutto investendo su Gordon Brown e Tony Blair, la coppia di giovani parlamentari che meglio di altri avrebbe incarnato la modernizzazione della proposta laburista. Lo avrebbe fatto utilizzando strumenti oggi di uso comune, come i focus group e la gestione spregiudicata dei retroscena giornalistici, ma sempre guardando alla sostanza di una strategia politica volta a consolidare la più lunga stagione di governo progressista della Gran Bretagna.

C’è infine un’altra ragione per guardare con ammirazione all’ennesimo passo dello “spin doctor number one”. Ovvero il confronto tra la franchezza con cui queste sue memorie descrivono la battaglia quotidiana di idee e personalità che alimenta qualsiasi strategia politica e la patetica dissimulazione con cui i politici italiani si applicano ai propri libri. Se a Londra Mandelson racconta la carne e il sangue di tredici anni di governo laburista, in Italia siamo alle prese tra gli altri con i Veltroni che si travestono da romanzieri o con i Tremonti che si presentano come filosofi della storia. Non c’è poi troppo da sorprendersi della differenza nei risultati dei due sistemi politici.


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