Rai, conti in rosso: pubblicità in calo, crescono i debiti

Pubblicato il 26 Marzo 2010 13:06 | Ultimo aggiornamento: 26 Marzo 2010 15:21

La sede Rai di viale Mazzini

La Rai fatica sempre di più a far quadrare i suoi conti. Il bilancio 2009 chiuderà con una perdita ingente, di 45 milioni di euro e il 2010 andrà ancora peggio. I rischi ci sono: «Senza interventi sul canone lo squilibrio economico sarà tale da compromettere in tempi brevi la continuità aziendale», ha spiegato il direttore generale Mauro Masi sulle colonne di Repubblica.

La televisione pubblica deve trovare entro il 2012 300 milioni da investire per adeguarsi alle nuove tecnologie. Il quadro è nero. Il paradosso è tutto italiano: il destino (e il vertice) della Rai è in mano a un governo guidato dal socio di riferimento del suo principale concorrente.

Ma qual è il reale stato di salute della Rai? Perché la tv pubblica perde un fiume di denaro mentre Mediaset e Sky continuano a fare soldi?

Le fonti di entrata della Rai sono due: il canone  e la pubblicità. Ogni 100 euro incassati da Viale Mazzini 50,4 arrivano dall’abbonamento (1,6 miliardi nel 2008) e 37 dagli spot (il resto da convenzioni con lo Stato e da cessione di diritti). Il tasso di evasione sull’imposta per la tv è in crescita costante: a inizio millennio era il 21%, oggi il 28%, contro una media europea dell’8%.

C’è margine per fare salire le entrate? Poco, per limiti strutturali ed errori strategici. Il canone italiano è il più basso d’Europa: 109 euro contro i 215,76 della Germania o  i 263,3 dell’Austria. Le entrate dell’abbonamento dovrebbero per legge essere sufficienti per garantire il servizio pubblico. Ma tra il 2005 e il 2008 il “buco” su questo fronte è stato di 1,01 miliardi.

Un’altra domanda viene spontanea. Quanto costa la Rai? Molto più dei concorrenti privati, anche per gli obblighi legati al servizio pubblico, come il network di sedi regionali. Viale Mazzini ha 13.366 dipendenti (la metà della Bbc e della tv statale tedesca Ard che pure hanno share minori) tra cui 2.006 giornalisti (il quadruplo di Mediaset e sette volte quelli di Sky), 345 dirigenti, 128 orchestrali e coristi e persino 12 medici ambulatoriali. Ogni lavoratore Rai costa 89mila euro (81mila a Mediaset e 50mila da Murdoch) ma produce solo 278mila euro di fatturato contro i 659mila degli uomini di Cologno Monzese e 673mila da Murdoch. Su 100 euro incassati da viale Mazzini, 32,3 servono per pagare gli stipendi, contro i 12,3 di Mediaset e i 7,4 di Sky. Più costi uguale meno utili. Il margine operativo netto della società guidata da Mauro Masi è di 2,1 euro ogni 100 di entrate. I network di Berlusconi (24 euro su 100 di utili) e quelli del tycoon australiano (11,1) fanno molto meglio.

Esiste un reale rischio finanziario per la Rai? Nel 2008, la Cgil lanciò per prima l’allarme, dopo aver controllato i conti aziendali dal 2002 al 2006. L’indagine segnalava anche un pesante rischio anagrafico per la Rai: lo share tiene, ma gli spettatori di via Mazzini sono sempre più vecchi, un target poco ambito dalla pubblicità. L’età media degli ascoltatori è stata nei primi due mesi 2010 di 57 anni contro i 56,7 di un anno fa.