Russia/ La dura vita dei giornalisti. In 17 uccisi dal 2000, solo in un caso scoperto l’assassino

di Giancarlo Usai
Pubblicato il 9 Luglio 2009 10:55 | Ultimo aggiornamento: 9 Luglio 2009 10:55

La Russia è ferma alla Guerra Fredda. Lo scrive  nell’ultimo numero di Newsweek, Kati Morton, figlia di giornalisti del New York Times, che formula considerazioni assai critiche sul rapporto fra politica e giornalismo in Russia, arrivando a sostenere che la libertà d’informazione, a Mosca, è praticamente assente.

Dal 2000 a oggi sono diciassette i giornalisti rimasti uccisi. E solo in un caso si è arrivati alla condanna dell’assassino. Un record negativo, battuto, in giro per il mondo, solo da Iraq e Algeria. Kati Morton fa anche il punto sui motivi della difficile esistenza dei reporter in Russia. La ragione principale è l’arroganza e la corruzione della classe politica.

Abituato da sempre a traffici sottobanco illegali, il politico russo non ammette di essere davvero un personaggio pubblico. E il giornalista che tenta di indagare sugli affari loschi di qualcuno si ritrova subito ad essere un facile obiettivo di intimidazioni. Poi c’è il problema del totale disinteressamento della stessa cittadinanza. Forse perché influenzata da un’informazione pilotata dall’alto che tende a convincere tutti che il giornalista sia una specie di venditore di allarmismo, la popolazione russa non rimane certo particolarmente indignata dal ritrovamento del corpo trivellato di un cronista.

E Kati Morton conosce bene questa realtà, dato che ricorda l’arresto dei suoi genitori nel 1955 a Budapest. Entrambi furono accusati di essere degli agenti segreti della Cia. Ma la verità, per l’autrice dell’articolo, è che, come per Roxana Saberi in Iran, anche contro suo padre e sua madre era partita la caccia per via di ciò che scrivevano sul New York Times.