Sanaa, tragedia della incomprensione fra generazioni del divario culturale

di Bruno Tucci
Pubblicato il 17 Settembre 2009 19:57 | Ultimo aggiornamento: 13 Ottobre 2010 18:54

Lei aveva 18 anni, lui ne ha 45. Lei viveva nel nostro Paese praticamente da sempre. Lui, nato in Marocco, si era trasferito in Italia per trovare lavoro. Ma le radici non erano cambiate: stessa mentalità, stessi costumi, stesso modo di educare, proprio come avevano fatto i suoi genitori con lui.

Ora, lei giace in un lettino dell’obitorio di Pordenone; lui è in galera accusato di omicidio volontario. Perché? I fatti sono noti: esasperato per l’amore che la figlia portava ad un giovane del paese, ha affrontato la ragazza e l’ha sgozzata con un coltello fin quasi a decapitarla. Un omicidio orrendo, una storia che potrebbe sembrare incredibile se non si analizzassero con la calma dovuta i motivi che l’hanno resa possibile.

Dunque vediamo. Sanaa è bella ed avvenente. Ha splendidi lineamenti ed il carattere ribelle che è tipico dei 18 anni. Non è cattiva, per carità; però vuol fare valere i propri diritti come è giusto che sia per una giovane della sua età. In casa, specialmente con il padre, non si comprendono. Hanno visioni diverse della vita, perché lei è “praticamente” una italiana; mentre lui non ha mai smesso i panni della sua terra. Di religione islamica, non viene mai meno ai principi basilari della sua religione.

Sanaa, inoltre, ha frequentato la scuola in Italia, ha conosciuto i ragazzi della sua età, con loro ha discusso dei tanti problemi che affliggono questa nuova generazione. Ma quando cerca di affrontarli in casa, suo papà non li comprende, perché sono troppo lontani dal suo credo. Per qualche tempo, le discussioni divampano, poi Sanaa preferisce glissare e non raccontare più nulla della sua giornata e delle sue amicizie. Fra queste c’è un giovane, negli ultimi tempi, di cui si è invaghita.

È un bel ragazzo che ha tredici anni più di lei. Troppi? Per lei no; per il padre, El Katawi Dafani, sono tantissimi. Ma non è la differenza di età che non sopporta. Quel che non riesce a digerire è il fatto che sua figlia si sia innamorata di un italiano, cioè di un giovane che non è islamico e non crede al suo dio.

El Katawi diventa irascibile ogni giorno di più: le liti si susseguono, le discussioni divampano, ma Sanaa non demorde finché il padre, travolto da una furia omicida, non l’affronta in presenza del fidanzato e la uccide sgozzandola.

Ora gli studiosi di psicologia si affannano per trovare i motivi che hanno potuto armare la mano dell’uomo. C’è chi dice che egli non aveva i nervi a posto; chi lo ha sempre considerato un uomo brutale. Insomma, un padre padrone.

Senza scomodare Freud, le ragioni ed i motivi sono assai più semplici, perché è nella differente educazione fra padre e figlia che è maturato il delitto. Fra il genitore e la ragazza non c’erano soltanto 27 anni di differenza (che non sono molti); c’era un doppio o forse triplo salto generazionale che si è ampliato per il fatto che, pur essendo marocchina, Sanaa non si sentiva più figlia del suo paese.

Era da anni in Italia, aveva studiato nelle nostre scuole, aveva imparato ad amare le nostre abitudini, non sopportava più quelle “retrograde” del padre. Il dramma si è consumato ed ha avuto le sue radici proprio in questo diverso modo di concepire la vita. Da una parte, una ragazza di diciotto anni che voleva seguire le abitudini ed i costumi delle sue coetanee; dall’altra un uomo che pur avendo lasciato il Marocco non aveva dimenticato i principi che gli avevano inculcato i suoi genitori e il suo Paese. Per questo Sanaa è morta ed ha dovuto abbandonare i suoi sogni d’amore e di un avvenire diverso.