Somalia/ I nuovi pirati. Nella regione di Puntland alcuni li considerano eroi, altri un fenomeno da combattere. Ma intanto i veri sovrani sono loro.

di Alberto Francavilla *
Pubblicato il 17 Giugno 2009 12:46 | Ultimo aggiornamento: 17 Giugno 2009 12:52

I nuovi pirati non hanno le sembianze dei filibustieri romanzeschi. Non insossano bende sugli occhi e non portano pappagalli appoggiati sulle spalle. In Somalia, dove il fenomeno assume contorni sempre maggiori, alcuni li vedono come dei delinquenti. Ma per tanti sono loro i novelli Robin Hood. Coloro che rubano ai ricchi per donare ai poveri.

Un’inchiesta condotta da Al Jazeera cerca di indagare cause ed effetti della pirateria somala, negli ultimi tempi al centro della cronaca di tutto il mondo. E svela il volto di un’organizzazione dotata di meccanismi oliati e consolidati. Ad esempio, esiste un tariffario per la distribuzioni del denaro incassato con i riscatti. Lo spiega un pirata stesso. «Il 30% va all’imprenditore che finanzia l’impresa, il 50% rimane nelle mani della ciurma e il rimanente 20% va alla gente povera e a tutti coloro che ci aiutano, compresi i governanti locali che ricevono sempre delle tangenti nei casi di operazioni ben riuscite».

Ma il sistema-pirati prevede anche una sorta di mutuo soccorso. Se ad esempio un primo plotone prende in ostaggio una nave e per la liberazione di questa viene pagato il riscatto, nel caso in cui un secondo gruppo assalti un’altra imbarcazione, il primo gruppo lo finanzierà finché anche questo non avrà ottenuto il pagamento per la liberazione.

La pirateria attecchisce facilmente in una delle aree più povere del pianeta. Per molti ragazzi è l’unico sbocco lavorativo, l’unica possibilità per dare una svolta alle proprie misere condizioni di vita. Il fenomeno nacque però come metodo di difesa. Le acque somale sono infatti ricche di tonno, e flotte di pescherecci commerciali ne approfittavano per portare via pesce abusivamente, poco dopo la caduta dell’ultimo governo funzionante, avvenuta nel 1991. I pescatori locali affrontavano le imbarcazioni commerciali e chiedevano il pagamento di una tassa. Si trattava, insomma, di un deterrente per la pesca illegale.

Dunque, in origine i pirati potevano davvero essere considerati “amici del popolo” ed è quindi comprensibile del perché godano di tanta simpatia nella società civile somala, tanto che qualcuno li definisce apertamente «eroi». Ma c’è anche chi non li vede di buon occhio. Come Mohammed Khalif, uno dei leader islamici di Eyl, città della regione di Puntland, ormai riconosciuta come la capitale della pirateria.

«Non sanno gestire adeguatamente tutto il potenziale bellico in loro possesso», denuncia Khalif, che si lamenta poi perché hanno portato nelle città «alcol e turismo sessuale, oltre a causare l’aumento incontrollato dell’inflazione». Contro i pirati si schierano anche gli amministratori locali, che vedono minacciata la propria autorità sul territorio. Non a caso, Abdirahman Mohamed Mahmoud, presidente della regione di Puntland, è stato eletto a gennaio grazie ad un programma contro i pirati. Perchè sono loro, senza dubbio, gli attuali sovrani del Puntland.

*Scuola Giornalismo Luiss