Unità Italia, versione integrale. Le polemiche sulle celebrazioni dopo 150 anni dal giorno in cui Garibaldi e il re…

di Marco Benedetto
Pubblicato il 20 Agosto 2009 21:31 | Ultimo aggiornamento: 13 Ottobre 2010 18:21

Ippolito Nievo

Si avvicinano i 150 anni dall’unità d’Italia e sembra proprio che ci avviamo a cerebrarli nell’unico modo degno: con una sconcia confusione, nella lunga tradizione di incompetenza, furberia e, come di sicuro scoprirà qualche pm con una retata tra qualche anno, di ruberie, che hanno caratterizzato la storia d’Italia unita da sempre, prima ancora che cominciasse, con la spedizione dei Mille.

Se infatti facciamo cominciare la storia dell’Italia unità dalla spedizione in Sicilia di Garibaldi, non possiamo nasconderci che, dietro i bagliori di genio e di eroismo che hanno portato mille scalcinati a sconfiggere il più grosso e forte esercito della Penisola (ancora non mi convinco che non ci fosse sotto qualcosa d’altro), ci furono malversazioni di ogni genere. Fin dall’arrivo a Napoli Garibaldi cominciò a disgustarsi; uno dei più bravi romanzieri italiani, Ippolito Nievo, morì nel naufragio della nave che lo riportava in Sicilia, a spedizione conclusa, per ricostruire la documentazione contabile sull’onda di sospetti e accuse di ruberie.

La retorica dei Savoia prima e del fascismo dopo non ha mai avuto interesse ad approfondire la criminalità della classe politica italiana dopo il 1861, perché l’asse portante di tutto il sistema era comunque la monarchia sabauda. In età repubblicana, ben altri problemi erano lì a sopraffare la classe dirigente post liberazione e poi alla fine il benessere che ci ha travolto ha cloroformizzato tutto.

Adesso Umberto Bossi cavalca una campagna di ostilità alle celebrazioni che dovrebbero ricordare, nel 2011, l’anniversario (se legge per sbaglio questo commento che sia andato a scuola negli ultimi anni sappia che l’unità d’Italia fu proclamata nel 1861).

Ha molte ragioni dalla sua parte. Leggendo quel poco che dicono i giornali, viene il sospetto che nel grande calderone dei fondi di decine e decine di milioni di euro per le celebrazioni si volesse cercare di infilare spese che hanno molto poco a che vedere con l’Italia unita e si ha la certezza che il biasimo sia da ripartire equamente fra il governo Prodi e quello Berlusconi, se è vero che di fronte alle proteste il ministro per la cultura Bondi ha detto di avere sospeso tutto tranne quel che era stato già deciso sotto Prodi.

Bossi sa anche di compiacere il sentimento di molti suoi elettori, toccando un nervo scoperto a est del Ticino, cioè nelle terre dell’ex impero austro-ungarico, dove, a Milano, i “liberatori” piemontesi vennero accolti a fucilate nel 1848 e dove ancora oggi si rimpiange Francesco Giuseppe, la cui foto sorride benigna dalla parete di un noto e eccellente ristorante di Udine.

Ma Bossi, che è un grande e abile e intelligente politico, scivola in una demagogia non degna di lui quando finge di non riconoscere i vantaggi che alle terre dove miete voti ha dato l’appartenenza a uno stato grande e unitario. Uno può dire: ma il Nord est fino a pochi anni fa era terra di pellagra e fornitore di tutte le cameriere d’Italia e il benessere è venuto dalla caduta delle barriere doganali europee e dalla vicinanza del mercato tedesco e quindi dedurre che il processo si sarebbe avviato anche prima, se il grande Reich austro-tedesco fosse rimasto in piedi. Per fortuna di tutti, austro-tedeschi  inclusi, quel Reich è finito l’8 maggio del 1945, e l’impero che ancora a Udine rimpiangono è finito nel 1918. E poi è sempre meglio essere parte dominante di uno stato indipendente che essere colonia di un altro stato. Questo non soltanto dal punto di vista dell’onore, della dignità della libertà, quanto sul piano degli interessi economici, che nell’onore, dignità e libertà si incartano, ma ne sono il motore principale. E proprio la Lombardia e il Piemonte e gli ex territori pontifici dalla unità d’Italia hanno avuto una accelerazione di sviluppo che è ingiusto negare.

Il fatto di essere stata per secoli colonia di spagnoli o austriaci o francesi costituisce una delle cause principali del disastro italiano. Su questo tema, innescata dall’aggressione di Bossi, si è mossa la reazione del meridione, che più di una ragione ha nel sentirsi vittima e colonizzata dall’unificazione che si vuole celebrare.

Questo è verissimo e autorevoli storici, del nord, lo hanno scritto con chiarezza (Luigi Luzzato nel 1961, per i cent’anni, ad esempio. Paghiamo il prezzo dell’ipocrisia piemontese, di una generazione che chiamava i piedi estremità e non aveva il coraggio di riconoscere che il Piemonte aveva annesso il resto d’Italia. Così, sulla spinta di una retorica e una mistica romana cui non si sottrasse neppure Garibaldi, invece di tenere la capitale a Torino, cominciò il pellegrinaggio verso Roma, via Firenze, col risultato di portare il centro delle decisioni politiche in una città sacra e di allontanarlo dal centro del potere politico e economico, allora costituito dal triangolo Torino, Milano, Genova. Persino in India hanno tenuto separata la città capitale (Delhi) da quella santa (Benares).

Per avere un’idea dell’errore, pensiamo a Inghilterra e Francia, e, se vogliamo, anche la Russia i cui re, dopo avere sottomesso ai loro regni iniziali, piccoli piccoli, il resto del territorio che oggi ne fa parte, hanno tenuto le loro capitali dove erano: Londra, Parigi, Mosca sono ben lontane rispetto al centro dei rispettivi paesi e sono anche città industriali di primaria importanza. E gli americani? L’est ha sottomesso il sud e conquistato l’ovest, ma la capitale non l’hanno affatto spostata in mezzo alla prateria. Ci fossero stati dei piemontesi, chissà…

Negli stessi anni in cui unificava l’Italia, anche il re di Prussia annetteva tutti gli stati e staterelli tedeschi, non si sognava minimamente di spostare la capitale da Berlino, che è all’estremo orientale, ma procedeva alla unificazione rispettando le autonomie dei singoli stati, costruendo un impero federale che si sovrapponeva al mercato comune tedesco in atto da quasi mezzo secolo e evitava il trauma della repentina eliminazione delle dogane pre unitarie, altra causa del tracollo italiano.

Così avrebbe dovuto fare l’Italia e forse se Cavour non fosse morto… ma inutile dire se e dire ma, perché allora prevalsero conformismo, retorica, superficialità, approssimazione, ideologia e ancora ne paghiamo le conseguenze.

Date tutte le ragioni dovute al sud d’Italia, però va anche rilevato che risulta difficile immaginare che, lasciato solo a se stesso, il regno delle due Sicilie sarebbe andato molto distante. Appare abbastanza certo che i mali del meridione si sarebbero solo aggravati, forse con dolcezza e non con la brutalità degli interventi militari piemontesi, ma altrettanto inesorabilmente.

E non c’è dubbio che se oggi il meridione, con tutti i suoi lamenti, in parte giustificati e in parte no, gode oggi di un certo relativo benessere questo è frutto della redistribuzione di reddito avviata con il miracolo economico del dopoguerra. Se sbagliano al nord a non riconoscere i meriti del loro benessere alla appartenenza all’Italia, ancor di più sbagliano al sud.

Una netta linea va tracciata tra l’Italia monarchica e l’Italia repubblicana, per quanto riguarda l’attenzione dello Stato alle zone più deboli. Non credo che terrorismo (Alto Adige) e separatismo (Sicilia e Sardegna) abbiano dato una mano. Terrorismo c’è stato e ancora c’è in Corsica, ma colpisce la differenza del comportamento dei francesi verso la loro isola rispetto agli italiani con la Sardegna. Se confrontiamo come si vive nel meridione d’Italia con Scozia, Irlanda e anche un po’ Inghilterra del nord, abbiamo un convincente esempio sulla superiorità dello stato repubblicano e del suffragio universale rispetto a quello monarchico a voto limitato.

Di sicuro la polemica sulle celebrazioni andrà avanti ancora per un po’, con interessi in gioco che nulla hanno a vedere con l’occasione e con il Governo tenuto in ostaggio dalla Lega, a sua volta vittima della sua ideologia e dei suoi vincoli elettorali.

Sarebbe invece l’occasione per affrontare, con serietà e anche con duri confronti e scontri di idee, una ricerca sulla vera storia dell’unità d’Italia. Tanti dicono che l’Italia non ha ancora chiuso i suoi conti col fascismo e auspicano una specie di seduta psicanalitica collettiva su quei vent’anni,  specialmente gli ultimi cinque.

Forse ci si potrà arrivare meglio dopo avere affrontato, con coraggio e senza reticenze, la verità sui padri della patria. Ma che re buono, ma che eroe dei due mondi. Cerchiamo di capire la realtà, cerchiamo di vedere, dietro le luci, anche le ombre. Rinunciamo una volta alla retorica, al conformismo, all’ideologica pregiudiziale. Non ci vogliono molti soldi per un po’ di ricerche e di convegni, certo molti di meno che per le più o meno inutili, certo incongrue opere di cui si è parlato e cui, personaggi del livello di Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano sembrano voler dare avallo. Per guardare in faccia la storia ci vogliono pulizia mentale, onestà intellettuale, tanto coraggio. Beni più difficili da trovare che non i fondi del ministro Tremonti, ma che valgono immensamente di più.