Calabria frana. E per ricostruire servono 17 passaggi burocratici

di Edoardo Greco
Pubblicato il 3 Novembre 2015 10:30 | Ultimo aggiornamento: 3 Novembre 2015 17:12
Calabria frana. Ricostruire? Impossibile: troppa burocrazia

Nella mappa de La Stampa tutte le opere finanziate e non ancora iniziate contro il dissesto idrogeologico

COSENZA – La Calabria frana, esposta alle intemperie climatiche e sepolta sotto le macerie della cattiva politica e della troppa burocrazia. Dopo qualche giorno di mareggiate e forti piogge (in un weekend si è arrivati a 700 millimetri d’acqua per metro quadro, la stessa quantità che cade in 9 mesi), strade e binari sono spaccati dal fango, in particolare sul versante ionico, dalla provincia di Cosenza a quella di Reggio Calabria. Il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio che ha promesso che la linea ferroviaria sarà ripristinata entro 7-10 giorni, mentre per le strade ci vorrà di più.

E se è facile che dopo un po’ di pioggia la Calabria si spezzi e si blocchi, è molto difficile invece riuscire a ricostruire per via del labirinto burocratico che rende tortuoso l’iter delle necessarie opere contro frane e alluvioni. Occorre passare per 17 uffici (e passa almeno un anno) per cominciare i lavori. Cioè tutto ok, tutto autorizzato… ma dall’ok a quando ti danno in mano la pala passa tanto tempo. Troppo.

Come spiega Giovanni Salvaggiulo su La Stampa, lo Stato ha messo a disposizione 650 milioni di euro per gli interventi per mettere in sicurezza fiumi, laghi, terreni franosi: per risolvere il problema ormai noto come “dissesto idrogeologico”. Ci sono i soldi, si sa cosa farne, ma non si fa nulla perché sono i “normali” passaggi burocratici ad essere del tutto anormali:

Il dramma di questa vicenda è che non c’è niente di anomalo. Per una volta non è questione di ostacoli tecnici, errori amministrativi, conflitti di competenze, inerzia politica, come per i 2,3 miliardi stanziati nel 2009 e non utilizzati (su 1647 opere previste in quel piano, ne sono state completate solo 183). Né ci sono contenziosi tra imprese a bloccare i lavori o sospensive decise da Tar e Consiglio di Stato, a torto additati al pubblico ludibrio nell’ottobre 2014, dopo l’ennesima alluvione del Bisagno a Genova, con un grottesco scaricabarile politico.

No, questa volta tutto è andato perfettamente, siamo solo prigionieri di un fisiologico labirinto burocratico. Quattro mesi e mezzo per scrivere e vistare la delibera del Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica. Cinque passaggi alla Corte dei Conti. Diciassette diversi uffici pubblici coinvolti. Tre ministeri. Carte che rimbalzano per decine di volte tra gli enti interessati. Risultato: quattrini fermi per un anno. Domani il ministro dell’Ambiente Galletti e sette governatori firmeranno gli accordi di programma definitivi. Poi la Corte dei Corti dovrà registrali.

A quel punto i soldi saranno materialmente utilizzabili dalle Regioni, che avvieranno le procedure di gara delle opere. Altri mesi. Se tutto va bene, nella primavera del 2016 si apriranno i primi cantieri, a un anno e mezzo dalla definizione del piano operativo. E a fine 2016 sarà speso il 20-25% dei 650 milioni di euro.

[…] Il pellegrinaggio comincia nel novembre 2014, quando la task force di Palazzo Chigi contatta Comuni e Regioni, chiedendo di segnalare opere cantierabili. A dicembre arrivano richieste per 1,5 miliardi. Si fa una scrematura da cui esce l’elenco di 33 opere prioritarie nelle grandi aree urbane: dal Bisagno a Genova al Seveso a Milano. Alcune attese da mezzo secolo. A metà gennaio 2015 la palla passa al ministero dell’Economia e alla Ragioneria dello Stato, per trovare i soldi.

Il 20 febbraio il Cipe assegna con una delibera i primi 650 milioni. Quattro giorni dopo il decreto della presidenza del Consiglio con i criteri di selezione dei progetti è pronto e viene inviato alla Corte dei Conti per la registrazione, che avviene a fine marzo. A questo punto la palla torna nelle mani del governo, ma passa più volte da Palazzo Chigi al ministero dell’Economia, a quello dell’Ambiente e a quello delle Infrastrutture. Capi di gabinetto, direttori generali, ministri…

Il 21 maggio Renzi firma la delibera Cipe e la invia alla Corte dei Conti. Nel frattempo le Regioni chiedono modifiche al primo decreto di Renzi sui criteri di priorità per scegliere le opere. Il primo decreto viene modificato e inviato di nuovo alla Corte dei Conti, che lo registra il 15 giugno. Il 4 luglio la delibera Cipe del 20 febbraio firmata da Renzi il 21 maggio e registrata in giugno dalla Corte dei Conti viene pubblicata in Gazzetta Ufficiale.

Ora serve un altro decreto di Renzi con i dettagli delle opere. A fine luglio è pronto. Ad agosto tutti al mare. Il 15 settembre il nuovo decreto viene firmato da Renzi e inviato alla Corte dei Conti per la registrazione, che avviene a fine ottobre. Domani il ministro dell’Ambiente e le Regioni firmeranno gli accordi di programma che saranno inviati alla Corte ei Conti per la quinta registrazione. Solo a quel punto i soldi saranno trasferiti nelle contabilità regionali.

L’Italia è assetata di investimenti in lavori pubblici, calati di un terzo (quasi venti miliardi in meno l’anno) nell’ultimo decennio. Nelle classifiche Ocse, siamo al terzultimo posto (davanti a Portogallo e Grecia), per investimenti in rapporto alla spesa pubblica, solo il 20,9%. L’Italia è anche un Paese vulnerabile a frane, esondazioni, alluvioni. Secondo il Consiglio nazionale dei geologi ogni euro investito in prevenzione ne fa risparmiare fino a 100 per i danni provocati dai disastri. Per anni gli investimenti sono stati bloccati dall’assenza di finanziamenti. Ora anche quest’alibi è caduto”.