Cina, petroliera iraniana affondata: greggio per decine di km quadrati. Si teme disastro ambientale FOTO

di redazione Blitz
Pubblicato il 15 gennaio 2018 9:48 | Ultimo aggiornamento: 15 gennaio 2018 14:14
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Cina, petroliera iraniana affondata: chiazza di greggio di un km quadrato. Si teme disastro ambientale (Foto Ansa)

PECHINO – Si rischia un disastro ambientale: questo il timore maggiore per la fuoriuscita di condensato ultraleggero in fiamme dalla petroliera iraniana Sanchi che il 6 gennaio scorso si è scontrata con il mercantile Cf Chrystal nel Mar Cinese Orientale. In quel tratto di acque si è formata una chiazza di diversi chilometri quadrati, provocata dal greggio disperso dalla Sanchi, che trasporta 136mila tonnellate di condensato ultraleggero, originariamente diretto in Corea del Sud.

Per effetto di correnti marine e modo ondoso, infatti, la ‘pozza’ di un chilometro quadrato si è allungata fino a coprire una decina di miglia e la larghezza di 1-4 miglia. L’area affetta dalla fuoriuscita è superiore ai 100 km quadrati, secondo la tv statale cinese Cctv.

L’incendio ha avuto origine dopo la collisione del 6 gennaio a 160 miglia da Shanghai contro il mercantile Cf Crystal: tre corpi dei 32 membri d’equipaggio della Sanchi sono stati recuperati.  E i timori adesso sono per le conseguenze a livello ambientale.

L’ultimo bollettino fornito dai media cinesi ipotizza che circa la metà del carico sia ancora stivato nella nave. Materiale che potrebbe alimentare l’incendio per un’altra settimana. Un epilogo a lungo prospettato e maturato a stretto giro dalla comunicazione iraniana dell’assenza di speranze per i 29 marinai ufficialmente dispersi. Recuperati invece i corpi degli altri tre componenti dell’equipaggio della nave, controllata dalla Bright Shipping, società di Hong Kong, per conto della statale National Iranian Tanker. Mohammad Rastad, portavoce del team dei soccorsi inviato a Shanghai, ha riferito alla tv di Teheran le informazioni ottenute dai 21 membri dell’equipaggio della Cf Crystal, tutti salvi.

Secondo la loro testimonianza, il personale della Sanchi sarebbe stato investito da una potente esplosione avvenuta nella prima ora dopo l’incidente e dal rilascio di gas altamente tossico. “Malgrado i nostri sforzi non è stato possibile domare le fiamme e recuperare i corpi a causa delle esplosioni e del rilascio di gas”, ha aggiunto Rastad. Gas fuoriuscito e incendiato già dal giorno della collisione.

L’Authority marittima ha dato conto di un quadro per nulla rassicurante: un allargamento su vasta scala di greggio raffinato e un denso fumo proveniente dalle fiamme che si sono sprigionate sullo scafo e poi su un fronte sempre più ampio in mare. La situazione “non costituisce al momento una grande minaccia all’ecosistema marino”, ha cercato di rassicurare alla tv statale cinese Cctv, Zhang Yong, ingegnere senior della State Oceanic Administration, aggiungendo però che ci sono ancora test in corso per determinare le conseguenze dell’incidente. La stessa amministrazione, in una nota, ha ammesso che consistenti quantitativi di carico fuoriuscito “sta ancora bruciando in superficie intorno al sito”.

Il prodotto raffinato ha una consistenza liquida e gassosa, più facile da favorire la dispersione, ma l’incendio ha di sicuro danneggiato l’atmosfera, ha aggiunto Zhang. Le operazioni di soccorso, alle quali hanno partecipato unità di Cina, Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti, hanno dovuto far fronte a due fattori avversi primari: condizioni meteorologiche e del mare, e il rischio esplosione.

Il miglioramento del meteo ha consentito una rapida ispezione di parte dello scafo, finito nel frattempo nell’area economica esclusiva nipponica, con il recupero di due corpi e della Vdr, la “scatola nera” con tutte le informazioni sulla navigazione, utili a ricostruire la dinamica dell’incidente.

(Foto Ansa)

 

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