Cowboy, un simbolo in via d’estinzione

di Redazione Blitz
Pubblicato il 27 gennaio 2014 16:21 | Ultimo aggiornamento: 27 gennaio 2014 16:21
Cowboy, un simbolo in via d'estinzione (La Stampa)

Cowboy, un simbolo in via d’estinzione (La Stampa)

DENVER, COLORADO – I cowboy sono in via d’estinzione. Il tramonto di uno dei simboli della frontiera americana lo racconta un reportage dalla più grande fiera bovina degli Usa, il National Western Stock Show, di Dan Frosch sul New York Times.

Alcuni numeri sono inequivocabili: lo United States Department of Agriculture ha censito al primo gennaio 2013 89,3 milioni di bovini, il 2% in meno rispetto all’anno precedente. Per trovare una cifra così bassa bisogna tornare al 1952, quando i bovini americani erano 88,1 milioni.

Sulle cause della crisi vari sono i fattori concomitanti. Il meno rilevante appare il preteso mutamento delle abitudini alimentari degli americani, che sarebbero diventati più salutisti e quindi avrebbero ridotto i consumi di carne rossa. Non ci sono prove di questo cambiamento e, anzi, i consumi di carne rossa sono in continuo aumento nel mondo.

Mentre fra i veri motivi dell’estinzione dei cowboy c’è la siccità, che si è mangiata la terra pascolabile ed ha aumentato i costi dell’approvvigionamento idrico.

Non solo, l’industrializzazione degli allevamenti ha compresso i margini di guadagno degli allevatori e ha tolto il lavoro ai cowboy: non serve più un uomo a cavallo per seguire il bestiame lasciato libero nelle praterie, perché sempre più spesso le mucche vengono allevate in spazi chiusi; e non serve l’occhio di un veterano per distinguere un esemplare buono: ci pensa il veterinario.

Così una famiglia di quattro persone, che fino a qualche tempo fa poteva vivere bene con 250 capi di bestiame, ora ha bisogno del doppio per mantenere lo stesso tenore di vita. Per questo molti mollano e per questo i figli non fanno più il lavoro non più così redditizio dei padri, un mestiere durissimo che inizia alle 4 del mattino e finisce quando il sole è tramontato da un pezzo. Senza ferie né malattia, 365 giorni su 365.

Quindi la condanna per i cowboy è l’allevamento in serie, il trionfo della quantità. Così come la loro speranza di rinascita potrebbe essere un futuro mercato di nicchia delle “bistecche di qualità”. Spiega (intervistato da La Stampa) Edward Luttwak, che oltre a occuparsi di geopolitica ha un ranch con 3.200 mucche in Bolivia:

«I cowboy sono in crisi perché gli allevamenti sono industrializzati. Potrebbero tornare di moda, però, se si radicherà il movimento che vuole carne prodotta in maniera tradizionale sui pascoli».
«La crisi economica iniziata nel 2008 ha fatto diminuire il consumo di carne e quindi la domanda, ma questa situazione cambierà con la ripresa. Poi ci sono i medici che sconsigliano di mangiare carne rossa, e gli ecologisti che vogliono produrre carburanti dal mais, facendo salire così il prezzo dei mangimi. Tutto questo ha contribuito a far calare la domanda e salire i costi, costringendo gli allevatori a ridimensionarsi. Il vero elemento di lungo termine che sta uccidendo i cowboy, però, è l’industrializzazione. Le mucche non vivono più nelle praterie, dove serviva gente a cavallo per allevarle. Crescono nei recinti e vengono alimentate in maniera forzata con il grano, che oltretutto fa male, perché provoca l’acidosi ad animali che sarebbero esclusivamente erbivori. Quindi aumenta il numero dei veterinari impiegati negli allevamenti e diminuisce quello dei cowboy».
[…] «Una speranza, però, sta nella tendenza a richiedere carne organica di mucche che mangiano solo erba. Molte persone negli Usa sono disposte a pagare di più per avere questa qualità, che richiede manodopera tradizionale. Se il fenomeno si radicherà, potrebbe dare un futuro ai cowboy americani».