Guido Viale (Repubblica) sui rifiuti di Napoli e Terzigno: “Sedici anni di emergenza rifiuti. Storia di un disastro annunciato”

Pubblicato il 24 Ottobre 2010 16:52 | Ultimo aggiornamento: 24 Ottobre 2010 17:02

Guido Viale, ex dirigente di Lotta Continua, scrive per Repubblica (è in buona compagnia di ex, con Gad Lerner e il maitre, a penser, Adriano Sofri) un bellissimo articolo  sui rifiuti di Terzigno, la cui conclusione è: “Berlusconi in Campania ha fatto un miracolo: la discarica. E i risultati, prevedibili, e previsti da chi non voleva chiudere gli occhi, si vedono”.

Viale non fa sconti a nessuno e accusa in pari misura i governi di destra e di sinistra che si sono succeduti [negli ultimi 16 anni] “del disastro che hanno combinato”. In Campania, scrive Viale, “non è stato fatto né tentato nulla; anche se per non fare niente sono stati spesi (fonte Garante degli appalti), 3 miliardi e 548 milioni di euro con 25 ordinanze emergenziali; quindi è ingiusto, oggi come ieri, darne la colpa a una popolazione vessata da sedici anni di gestione straordinaria dei rifiuti, dove tutto era permesso ai commissari e niente era controllato o controllabile; e dopo anni, per di più, di precedenti gestioni straordinarie, prima per il colera (dal 1973) e poi per il terremoto (dal 1980): un esempio da manuale di quella shock economy (lo sfruttamento a fini di lucro dei disastri, naturali o artificiali) raccontata da Naomi Klein”.

I sedici anni sono quelli trascorsi da quando l’Ocse fissò i principi di una corretta gestione dei rifiuti peraltro “preceduti da una direttiva dell’allora Comunità europea quasi cinquant’anni fa: primo, ridurre (soprattutto imballaggi e articoli usa e getta);secondo, riciclare, cioè recuperare in nuovi cicli produttivi i materiali di cui sono composti i rifiuti; terzo: recuperare energia da ciò che non si può riciclare: bruciando le frazioni combustibili residue, in impianti che possono anche non essere inceneritori; e gassificando la frazione organica); quarto, portare in discarica solo ciò che avanza”.

Viale poi restringe, forse per carità di parte politica, la sua analisi agli ultimi tre anni, i cui, afferma sempre Viale, “le politiche di riduzione non sono state nemmeno prese in considerazione; eppure l’emergenza imponeva soprattutto quelle, che sono a costo zero. La raccolta differenziata era stata da tempo affidata a consorzi obbligatori di Comuni, riempiti di personale — ex LSU (lavoratori socialmente utili) e altro — e in molti casi infiltrati dalla camorra, senza mai dotarli di mezzi e attrezzature per operare e di un’organizzazione del lavoro degna di questo nome. Si stima che tra gestioni private, pubbliche e miste, gli addetti ai rifiuti urbani in Campania siano oltre 25mila, mentre un rapporto ragionevole con la popolazione non dovrebbe far loro superare i 6-8mila. Oggi questi consorzi, con il loro personale, i loro debiti, i loro crediti inesigibili, i loro gestori, sono stati riunificati e lasciati in eredità alle Province, che dovrebbero provvedere, senza altri mezzi, alla gestione di tutto il ciclo dei rifiuti urbani, abbandonato in stato comatoso da Bertolaso. Il problema principale è questo, ed è un problema sociale. Senza una soluzione per i lavoratori in esubero, riorganizzare il ciclo dei rifiuti è impossibile”.

Ma c’è di peggio: “La Campania, grazie ai fondi UE, è la regione d’Italia, e forse d’Europa, più dotata di impianti di trattamento meccanico biologico: cioè Stir (giàCdr). Ce ne sono sette, con una capacità che eccede l’intera produzione regionale di rifiuti; con poche modifiche potrebbero permettere anche il riciclo — senza bisogno di successivo incenerimento, che è un processo molto costoso, oltre che nocivo — di quasi tutto quello che vi entra. Ma quegli impianti erano stati mandati in malora dal gruppo Impregilo (cui, fino al 2006, era stata affidata la ge-stione di tutto il ciclo dei rifiuti campani), che i rifiuti li voleva solo impacchettare, senza perdere tempo nel separarli, per accumularli in vista degli incentivi che avrebbe incassato bruciandoli nell’inceneritore di Acerra: di qui i sei milioni di ecoballe accumulati nelle campagne di Napoli e Caserta”.

La legge, sostiene Viale, prevedeva “la costruzione di quattro inceneritori (poi diventati cinque), con una capacità che eccedeva anch’essa l’intera produzione regionale di rifiuti; e ciò nonostante che, sempre per la stessa legge, entro il 2010 si dovesse raggiungere il 50 per cento di raccolta differenziata (esempio da manuale di leggi fatte senza crederci)”. Ma, scrive Viale, di inceneritori ce ne è — e ce ne sarà per molto tempo — uno solo, quello di Acerra, inaugurato in pompa magna l’anno scorso, ma che funziona poco e male, Bertolaso era corso ai ripari: aveva cambiato il nome agli impianti (da Cdr a Stir), utilizzandoli come frullini per tritare rifiuti indifferenziati e poi mandarli a bruciare nell’inceneritore o a putrefare nelle discariche. Di qui i miasmi che appestano la popolazione che ci abita accanto, oltre al percolato che dilava nelle falde e al metano che ne esala, moltiplicando il contributo italiano all’effettoserra. Di impianti di compostaggio, poi, neanche a parlarne: quelli che già c’erano sono stati usati come depositi di ecoballe e in Campania i Comuni che fanno la raccolta differenziata dell’organico devono spedirlo in Veneto o in Sicilia a costi proibitivi”.
Conclusione: “Per fare “sparire” (dalla vista) i rifiuti non restavano che le discariche. La legge 123/2008 ne impone undici (poi diventate dodici). Sono quasi tutte in aree naturalistiche protette, in cui la legge italiana e la normativa europea vieta di insediarle (esempio da manuale di una legge che ne contraddice un’altra senza abrogarla). Prima di lasciare, Bertolaso, usando l’esercito — come già aveva fatto prima di lui De Gennaro con Prodi — per raccogliere i rifiuti per strada, ma soprattutto per difendere discariche e inceneritore dallo sguardo indiscreto di sindaci e popolazione, aveva già quasi riempite tutte le discariche esistenti al momento del suo insediamento; ne aveva fatta costruire una nuova (quella, contestatissima, di Chiaiano), per poi lasciare la patata bollente delle due di Terzigno, nel parco del Vesuvio, oggi epicentro della rivolta, a chi sarebbe venuto dopo di lui: senza soldi, senza poteri, senza progetti”.