Inquinamento costa agli italiani 10 mesi di vita, Milano in testa

di Redazione Blitz
Pubblicato il 4 Giugno 2015 17:29 | Ultimo aggiornamento: 4 Giugno 2015 17:34
Inquinamento costa agli italiani 10 mesi di vita, Milano in testa

Inquinamento costa agli italiani 10 mesi di vita, Milano in testa (Foto LaPresse)

ROMA – L’inquinamento accorcia la vita degli italiani di 10 mesi e solo nel 2010 almeno 30mila le persone che sono morte per i suoi effetti. Questi i dati emersi dal rapporto del Ministero della Salute per il progetto Viias, che sottolinea come in cima alla lista dei luoghi dove l’inquinamento ha gli effetti peggiori c’è la città di Milano e quanto sia importante attivare delle politiche per diminuire l’inquinamento entro il 2020.

Vania Rivalta sul Corriere della Sera spiega che delle 30mila morti riconducibili all’inquinamento, il 65% si concentra al nord Italia e più di 5mila all’anno precisamente nella provincia di Milano:

“Gli effetti dell’inquinamento sono infatti particolarmente gravi nel Nord Italia, dove l’aspettativa di vita (solo per l’effetto del PM2.5) si riduce di 14 mesi, contro i 6,6 del Centro e i 5,7 del Sud e delle Isole. Situazione grigia soprattutto in Pianura Padana, con la Lombardia in testa alla classifica con il più alto tasso di mortalità attribuibile al PM2,5: 164 decessi ogni 100.000 residenti (se si considera la sola provincia di Milano il tasso sale a 268, con 5.687 decessi, un numero che corrisponde a oltre la metà del totale regionale di 10.802). Seguono l’Emilia-Romagna e il Veneto con tassi rispettivamente di 124 e 111. Ovviamente, rischia di più chi vive in città, dove il tasso di mortalità si attesta su 136 decessi ogni 100.000 residenti, contro i 59 delle aree rurali.

Il PM2,5 non è tuttavia l’unica minaccia alla salute che arriva dall’aria: il biossido di azoto (NO2), con una concentrazione media di 24,7 µg/m3, è stato causa di circa 23.000 morti nel 2005, anno a cui fa riferimento questa prima tornata di dati. Nel 2010 si è osservata una diminuzione dei decessi attribuibili sia al particolato fine (21.524) sia al NO2 (11.993). La ragione di questo andamento va ricercata negli effetti della crisi economica iniziata nel 2007 e in una riduzione delle emissioni derivante dal calo della produzione e dei trasporti”.

Se non verranno attuate le politiche per migliorare lo stato dell’inquinamento, il progetto Viias spiega che entro il 2020 si avrà uno scenario peggiore rispetto a quello del 2010:

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“«Il progetto mostra chiaramente le disuguaglianze negli effetti dell’inquinamento sulla salute degli italiani nelle diverse parti del paese e fra città e campagna» commenta il coordinatore del progetto Francesco Forastiere. «Ma migliorare è possibile con adeguate politiche di contenimento delle emissioni, tenendo presente che se le e missioni industriali e da traffico restano importanti, vanno oggi prendendo sempre più importanza anche altre fonti, come l’uso di biomasse per il riscaldamento e le emissioni di ammoniaca provenienti dall’agricoltura, su cui pure bisognerà agire»”.

Il progetto Viias ha anche delineato i due scenari ipotetici per il 2020:

“il primo va a vedere cosa succederebbe se in tutta Italia si rispettassero le soglie di legge (25 µg/m3 per il PM 2.5 e 40 µg/m3 per NO2); nel secondo invece si ipotizza che in tutta Italia la concentrazione di inquinanti scenda del 20%. In entrambi gli scenari si otterrebbero miglioramenti importanti: da 10mila a quasi 20mila vite salvate, ogni anno.

Il punto è come raggiungere questi obiettivi. In particolare, per le polveri sottili, si rendono necessari interventi sul fronte degli impianti di riscaldamento a biomassa, la cui diffusione, incentivata da politiche a favore delle fonti rinnovabili, ha portato a un aumento, soprattutto nel Nord Italia, delle emissioni di particolato atmosferico (sia PM10 sia PM2,5) e di idrocarburi policiclici aromatici (IPA). L’applicazione di tecnologie più avanzate e l’uso del pellets al posto della legna, migliorerebbe la situazione. In campo agricolo, invece, la sostituzione di fertilizzanti a base di urea con altre sostanze, e il più attento confinamento dei liquami zootecnici. Infine, resta il problema costituito dai veicoli Diesel , responsabili del 91% delle emissioni di biossido di azoto e di buona parte del particolato. Ma la sfida è complessa e presuppone anche diverse competenze politiche”.