Ambiente

Marea nera, i ricercatori contro la Bp: “Ha cercato di comprare il nostro silenzio”

IL periodo nero per Bp continua: dopo le tempeste tropicali, le foto taroccate, i rapporti riservati e il caso Lockerbie, un altro colpo si sta abbattendo sull’immagine della compagnia petrolifera britannica che ha causato il disastro del Golfo del Messico.

Ad infliggere il colpo stavolta sono alcuni ricercatori assunti dalla stessa compagnia per far fronte alle oltre 300 cause intentate dopo il disastro della Deepwater Horizon. L’accusa di questi scienziati è che il gigante petrolifero abbia tentato di comprare il loro silenzio attraverso contratti che contengono rigide clausole di riservatezza.

A lanciare per primo l’accusa, ripresa da tutti i principali media americani e britannici, è stato il presidente dell’associazione dei professori americani, Cary Nelson. Secondo il docente, Bp ha preso una serie di decisioni ”enormemente sbagliate”. ”In un certo senso – ha detto – ci troviamo di fronte a un caso Bp-contro la gente degli Stati Uniti d’America”.

Nello specifico, il professor Nelson ha dichiarato che le clausole contenute nei contratti spediti a decine di ricercatori in tutta l’America ”pongono forti limiti nel bel mezzo di una crisi ancora in corso”. Stando ad una copia del contratto pubblicata sul sito della Bbc, i ricercatori non potranno parlare dei dati acquisiti per almeno tre anni o fino a quando il governo non approvi in via definitiva il piano di salvataggio per il Golfo.

L’accordo stabilisce anche che gli scienziati non possono lavorare per agenzie le cui ricerche siano in conflitto con quelle che devono svolgere per Bp né possono chiedere la consulenza di legali esterni al gigante petrolifero. Secondo il direttore del dipartimento di scienze marine dell’università dell’Alabama, Bob Shipp, la compagnia avrebbe provato ad assumere l’intero dipartimento ma, una volta messa in chiaro l’esigenza di avere totale libertà, ”da Bp non abbiamo avuto più notizie”. ”Non ci piaceva l’idea che l’università dovesse in qualche modo rappresentare Bp”, ha detto il professor Shipp.

Immediata la reazione del gigante petrolifero che, attraverso un portavoce, ha ammesso di aver chiesto, come è consuetudine, ai ricercatori assunti di considerare riservate le informazioni fornite dai legali di Bp ma non i dati scientifici. ”Come è consuetudine – ha detto il portavoce – abbiamo chiesto ai ricercatori assunti di considerare riservate le informazioni che provengono dall’ufficio legale di Bp ma non quelle ambientali. Inoltre Bp non pone alcun limite a quei ricercatori che volessero parlare di dati scientifici”.

Dall’esplosione della piattaforma nel golfo del Messico, lo scorso 20 aprile, Bp ha già speso 4 miliardi di dollari in rimborsi e operazioni di ripulitura.

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