Mediterraneo: anche negli abissi ci sono i rifiuti dell’uomo

Pubblicato il 9 agosto 2010 23:15 | Ultimo aggiornamento: 9 agosto 2010 23:16

Nemmeno le profondità degli abissi del Mediterraneo sono sufficientemente remote per sfuggire all’impatto dell’uomo, a partire dall’immondizia. “Anche a mille, duemila metri di profondità, è comune vedere buste e piatti di plastica” afferma Roberto Danovaro, dell’Università Politecnica delle Marche, tra i 360 studiosi di tutto il mondo impegnati nel Census of marine Life (Coml), un progetto che negli ultimi dieci anni ha censito 230mila diverse specie nelle 25 aree studiate.

Tra queste anche il Mediterraneo, considerato il più a rischio per la perdita di biodiversità. La minaccia deriva da una concentrazione di diversi fattori. “Innanzitutto pesa la pesca eccessiva – spiega Danovaro – e poi la contaminazione, di varia natura, dalle plastiche all’inquinamento da pesticidi e altri composti tossici”.

Sostanze chimiche, come il mercurio, sono presenti in quantità superiori rispetto agli altri mari del Pianeta. “Si tratta di un pericolo per organismi che vivono nelle acque profonde – aggiunge lo studioso – come il “pescecane portoghese”, una specie di squalo che abita nel Mediterraneo fra gli 800 e i 3.500 metri e quindi non subisce facilmente contaminazioni dalla superficie”. Eppure nemmeno questo animale è scampato alle sostanze chimiche.

“Questa specie esiste anche in Giappone, nell’Atlantico – spiega Danovaro – e quindi è stato possibile fare un confronto nelle analisi di questi animali: la contaminazione nel Mediterraneo non ha eguali nel mondo”. Altro fattore di grande preoccupazione per gli scienziati sono i cambiamenti climatici. “Il Mediterraneo è la regione, insieme all’Artico – continua l’esperto – dove il riscaldamento dell’acqua non ha precedenti per la sua rapidità.

Dal ’90 ad oggi, il tasso di riscaldamento è raddoppiato”. Un’impennata della velocità che ha riguardato anche le acque profonde. Non è importante solo per le specie che vi abitano, ma per lo scambio termico a livello di bacino”, che influenza tutte le dinamiche del clima della regione del Mediterraneo. Fra le immondizie ritrovate nei fondali fra i 194 metri e i 4.614 metri di profondità, nell’area fra il Golfo di Taranto, Siria e Cipro, i frammenti di vernici sono stati i più comuni (44%), seguiti dalle plastiche (36%).

“Il problema delle vernici lo affronteremo per lungo tempo – spiega Danovaro – visto che fino ad oggi hanno contenuto il TBT, lo “stagno tributile”, ora vietato in Italia. Questa sostanza causa il cambio del sesso di organismi come le lumache di mare, dove le femmine perdono la loro fertilità. Pensavamo fosse un problema limitato alle aree portuali – conclude lo scienziato – ma potrebbe essere un problema anche per gli abissi”.