Addio, con rammarico, al nucleare: in Italia le centrali non si faranno

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 15 Marzo 2011 14:45 | Ultimo aggiornamento: 15 Marzo 2011 15:33

ROMA-Addio, con rammarico, al nucleare: le centrali in Italia non si faranno. Non è un’opinione, è già una notizia, basta saperla e volerla leggere dove è già scritta, nei fatti. Non sarà il referendum del 12 giugno a fermare il nucleare italiano che stava resuscitando dopo lo stop imposto da altro referendum, quello del 1987, un anno dopo Chernobyl. Non è detto che Fukushima di marzo produca un quorum di giugno, le opinioni pubbliche fanno presto ad accendersi e altrettanto presto ad intiepidirsi. Non è detto che quel giorno alle urne si presenti una maggioranza di contrari al nucleare e non è nemmeno detto che In Italia una maggioranza anti nucleare ci sia, si consolidi, diventi stabile volontà popolare. Ma tutto questo non serve, non è necessario: né la vittoria del No al nucleare nel referendum e neanche altra stima e verifica possibile del sentimento comune. Anche se una maggioranza anti nucleare non ci fosse, anche se non c’è, non ci sarà in nessun posto d’Italia nessuno, proprio nessuno che alzerà la mano e dirà: la centrale mettetela, mettiamola qui. Sarà impossibile dopo il Giappone per ogni governo italiano ottenere, tanto meno imporre, il Sì di un Governatore di Regione, di un sindaco di un Comune, di una popolazione, di un “territorio”. giusto o sbagliato che sia, miope o lungimirante che sia, sarà così e non c’è niente da fare.

E’ già scritto, nei fatti. La Germania che spegne sette vecchie centrali, la Svizzera che blocca le procedure per due nuove centrali, la Polonia che si ferma sulla strada dell’atomo e ferma slovacchi e cechi. E in Italia il Governatore veneto, Luca Zaia, che è solo il primo ma presto sarà solo il primo esempio. Ha detto: in Veneto mai centrali. L’alibi, tenue e inventato, di questo No è la fantasiosa “autosufficienza energetica” del Veneto. Una cosa che non esiste, nessuna Regione italiana può squadernare questa contabiltà dell’energia prodotta e consumata in loco. E’ una misura che non esiste, un metro di fantasia. Ma già lo adottano i Governatori del centro destra mentre quelli di centro sinistra sono anti nucleari e basta. Il No dei Governatori, un No preventivo, diventerebbe immediatamente No di popolo e di massa quando il sito dove installare una centrale nucleare italiana dovesse evere nome e cognome, coordinate geografiche. Nessuno vorrà una centrale nucleare nel suo territorio, nemmeno quei segmenti di opinione pubblica che anti nuclearisti non sono. Nè in Italia è ipotizzabile un governo centrale che abbia la forza e la voglia di rischiare come quello di Obama sulla linea “il nucleare sicuro ci serve”.

Sarà, anzi già è addio al nucleare italiano. Con rammarico, perchè il nucleare è energia pulita e rinnovabile. E serve, eccome se serve, ad un paese come l’Italia. Con rammarico, perché il sacrosanto principio di precauzione, se applicato alla possibilità statistica di un terremoto in Italia pari a quello che ha spostato di 2,4 metri l’isola più grande del Giappone, quella su cui sorge Tokyo, sconsiglierebbe e impedirebbe la costruzione di qualunque manufatto umano. Ma con i fatto non si polemizza ed è un fatto che l’ansia, il terrore da incidente nucleare non conoscono misura matematica. Accade, su scala maggiorata, quel che accade nella psiche umana in materia di viaggi aerei. Tutti sanno che molte più sono le vittime di incidenti automobilistici, ma nessun brivido accompagna l’accomodarsi in auto per imboccare un’autostrada. E nessuna sciagura stradale o ferroviaria mette in moto quel meccanismo di identificazione e sgomento che si diffonde dopo un disastro aereo. Perfino le cronache apocalittiche dal Giappone documentano questa diversa percezione e sensibilità: ci sono in Giappone cittadine cancellate dallo tsunami, carte geografiche letteralmente da rifare, una costa spazzata e contorta, decine di migliaia di dispersi probabilmente per sempre. Però questo non genera l’angoscia della notizia che le radiazioni sono fuori norma.

Chi, come gli Usa, la Francia, la Germania e il Giappone ha il nucleare se lo terrà, sottoponendolo a limitazioni, controlli di sicurezza. Chi non ce l’ha, come l’Italia, non lo vorrà più. E’ un fatto, già scritto. Quindi addio. Con rammarico. E con una “consolazione”: l’Italia ha un “rischio sismico”. Ma potrebbe essere calcolato e ridotto al minimo. Ha anche un “rischio tangente”, non a caso in Italia un chilometro di Tav o di autostrada costa da tre a dieci volte di più che in ogni altroi paese. Ma potrebbe essere messo in conto e assorbito. C’è poi il terzo rischio, quello di un paese che troppo spesso impasta il cemento delle sue opere pubbliche con la sabbia. Il rischio della congenita incapacità di controllare i costi della sicurezza, il rischio che il nucleare si trasformi in greppia per cosche e corporazioni. Ecco, questo rischio in Italia è più alto di quello sismico. L’addio al nucleare elimina, se non altro, questo pericolo.