Oceani, pesci a rischio: in 40 anni ce ne siamo mangiati la metà

di Redazione Blitz
Pubblicato il 18 Settembre 2015 10:40 | Ultimo aggiornamento: 18 Settembre 2015 10:53
Oceani, pesci a rischio: in 40 ce ne siamo mangiati la metà

Oceani, pesci a rischio: in 40 ce ne siamo mangiati la metà (Foto LaPresse)

ROMA – In appena 40 anni la metà delle specie marine è scomparsa, letteralmente mangiata dall’uomo. L’allarme per gli oceani arriva dal rapporto del World Wildlife Fund e dalla Zoological Society di Londra che spiegano come l’uomo abbia seriamente messo a rischio la popolazione marina con l’incremento del consumo di pesce. Tra il 1970 e il 2012, scrive il rapporto, la popolazione di pesci e mammiferi è calata del 49%, mentre quella di sardine, sgombri, tonni e palamite del 75%.

Vittorio Sabadin su La Stampa spiega che la situazione è molto grave per la fauna marina e che se le specie scompariranno ci saranno pesanti ripercussioni anche per l’uomo:

“Il WWF e la Zoogical Society hanno preso in esame 5.829 popolazioni di 1.234 specie, scoprendo che il loro numero si è mediamente dimezzato in soli quattro decenni. Alcune classi di Echinodermi sono sull’orlo dell’estinzione: il cetriolo di mare è già scomparso per il 94% alle Galapagos e per il 98% nel Mar Rosso. Le mangrovie e la posidonia oceanica, rifugio e asilo d’infanzia di molte specie, sono fortemente minacciate e i coralli spariranno completamente entro il 2050, privando le zone costiere di un habitat essenziale alla vita marina.

E’ incredibile, osserva il rapporto, la velocità con la quale l’uomo riesce a distruggere ciò che la Natura ha impiegato milioni di anni a costruire. Il consumo di pesce pro capite era di 9,9 chili l’anno nel 1960, ed è ora arrivato a quasi 20 chili. Molte specie scompariranno a causa di superflui capricci ai quali si potrebbe facilmente rinunciare. La popolazione di tonni si è ridotta di due terzi anche a causa della sushi-mania, dilagata dal Giappone in tutte le capitali europee e americane. I cetrioli di mare si sono praticamente estinti in quanto sono una ricercata prelibatezza in Asia orientale. Gli squali sono in pericolo perché grandi pescherecci li catturano a migliaia in acque profonde non per la loro carne, che viene ributtata in mare, ma solo per la pinna che servirà a preparare zuppe considerate simbolo di opulenza nelle feste e ai matrimoni cinesi”.

Non solo il consumo di pesce aumentato mette a rischio gli ecosistemi marini, ma anche l’inquinamento, per cui l’uomo resta il principale responsabile del disastro imminente:

“L’anidride carbonica prodotta dai vulcani e dalle attività umane acidifica l’acqua, causando lo scioglimento del guscio calcareo dei microrganismi del plancton, il primo anello della catena alimentare la cui scomparsa si ripercuoterà sull’intero ecosistema. Secondo il rapporto, la drammatica riduzione della quantità di pesce presente nel mare costringerà all’emigrazione le popolazioni costiere che vivono di pesca e che non avranno più alcuna possibilità di sostentamento.

Che cosa si può fare dunque? Inutile illudersi che il mondo si metta d’accordo su una significativa riduzione delle sostanze inquinanti prima che il disastro sia compiuto. Ma forse, suggerisce il rapporto, possiamo diventare tutti più responsabili: i ristoranti dovrebbero proporre nei menù solo pesce dichiarato sostenibile da un organismo internazionale e i governi dovrebbero arginare la cattura indiscriminata, spiegando ai pescatori che il rispetto delle regole sul ripopolamento va anche a loro vantaggio. I consumatori dovrebbero a loro volta diventare più responsabili, farsi passare la voglia di sashimi e di tartare di tonno e acquistare solo pesce la cui specie non è in pericolo. Non si tratta di salvare la Terra, che in miliardi di anni ne ha viste ben di peggio: ad essere in serio pericolo è quel fragile equilibrio che consente agli esseri umani di continuare ad abitarla”.