Clima. Hansen, capo Nasa : “La ‘dittatoriale’ Cina gestirebbe il clima meglio della ‘democratica’ Usa”

di Veronica Nicosia
Pubblicato il 30 Gennaio 2011 2:04 | Ultimo aggiornamento: 1 Agosto 2011 20:24

James Hansen - Capo dei laboratori Nasa

Le politiche climatiche dei maggiori stati del mondo costituiscono da sempre un problema per l’economia dei vari paesi: adottare una politica climatica che favorisca la riduzione delle emissioni di carbonio da parte delle industrie e che contenga le sostanza inquinanti e i gas che influiscono negativamente sull’ambiente, implicano dei costi e delle pianificazioni che non tutti sono disposti ad accettare.

Pensiamo ai G20, incontri in cui 20 potenze mondiali si ritrovano per discutere sulla salute del pianeta, sulla condizione del clima e sulle politiche comuni da adottare per far fronte a quella che potrebbe divenire un’emergenza, sebbene ancora molti sostengano che il ruolo dell’uomo nel surriscaldamento globale sia minimo o del tutto nullo. Ma come convincere dei governi a favorire una politica climatica che sia ecosostenibile, ma che metterà in crisi l’economia, poiché comprenderà tassazioni e costi maggiori per le industrie e tutti i settori dell’amministrazione pubblica?

Il capo dei laboratori Nasa James Hansen il problema se l’è posto, ed il blogger Marc Moreno ha pubblicato i suoi pensieri, non proprio ‘delicati’ sul ruolo dei governi nell’accettare e considerare tale situazione climatica e le loro implicazioni. Hansen, in uno slancio antidemocratico, ha espresso la tesi che comparati alla Cina, stato non del tutto definibile democratico, il governo americano è costituito da “barbari con una democrazia basata sui combustibili fossili e sul denaro che spadroneggiano”. Chi allora può al meglio affrontare e gestire la situazione? Secondo il capo dei laboratori Nasa la Cina rappresenta la soluzione.

Inoltre ha evidenziato l’impossibilità di definire delle legislazioni che effettivamente possano influire sui cambiamenti climatici: “Ho l’impressione che la leadership cinese abbia la vista lunga, grazie alla lunga storia della propria cultura, in contrasto con quella occidentale con i suoi cicli elettorali a breve termine. Nello stesso tempo la Cina ha la capacità di implementare la sua politica con decisioni rapide. I capi sembrano cercare le migliori informazioni tecniche e non marchiano come falso qualcosa che è solo (economicamente) inconveniente per il paese”.

Certo è che il signor Hansen forse ha dimenticato che la Cina è uno stato in cui la ‘rivoluzione culturale’ ha eliminato dal panorama politico tutti coloro considerate ‘sconvenienti’, e dove vigge una dittatura ed ua forte repressione della libera e pubblica informazione e del libero pensiero. Non conscio di ciò, ha così proposto al South China Morning Post di boicottare l’economia americana.

“Dopo accordi con altre nazioni, come l’Unione Europea, la Cina e tali stati potrebbero imporre un aumento della tassazione per l’uso del carbone. Esistendo una legislazione della WTO (World Trade Organization), sarebbe possibile definire un dazio per quegli stati che non possiedono una tassa interna sui prodotti commerciali derivati dal carbone. Gli Stati Uniti sarebbero quindi forzati a prendere una decisione in materia: adottare una politica sostenibile per l’uso dei combustibili fossili oppure accettare una posizione di seconda o terza categoria nel panorama del benessere economico”, ha spiegato Hansen.

Appare ovvio che le considerazioni del ‘propositivo’, e sicuramente in buona fede Mr. Hansen, appaiano utopiche e prive di riscontro presso il WTO, lui che a considerazioni ‘creative’ ha abituato nel tempo i media: nel 1988 fu impegnato sostenitore delle tesi ‘apocalittiche’ di Bob Reiss che in “La tempesta in arrivo” sosteneva che nell’arco di 20 anni Manhattan sarebbe stata completamente sommersa dalle acque e che il numero di pattuglie di polizia di New York sarebbe aumentato perché “beh, tutti sappiamo cosa accade quando la temperatura sale”.

Scenario apocalittico che Hansen espose al Congresso americano, ponendo in evidenza tre possibili situazioni. La situazione ‘A’ che definì come “business as usual”, cioè continuare ad emettere gas serra senza una politica climatica ecosostenibile, le cui previsioni sottostimarono di molto l’effettivo quantitativo di gas emessi negli ultimi 20 anni nell’atmosfera, ma che non hanno effettivamente corrisposto all’aumento di temperature da lui stimato. La proposta ‘B’ che Hansen avanzò al Congresso prevedeva una “diminuzione dei tassi di crescita dei gas” che ad oggi hanno dimostrato essere sovrastimati del 37 per cento. La proposta ‘C’ rappresentava, e rappresenta, un utopica soluzione: tagliare in maniera massica le emissioni a partire dal lontano 1988.

La (triste) verità è che ad oggi non esiste un fronte unito nella gestione di quello che è il surriscaldamento globale, cioè l’aumento delle temperature dovuto all’intervento umano dall’immissione nell’atmosfera dei gas serra. Tra chi ancora non crede che l’uomo abbia un ruolo nei cambiamenti climatici della Terra e chi invece sostiene che ne sia il principale fautore, rimane un dubbio in sospeso: come affrontare un problema reale che coinvolge l’intera umanità?

L’idea di Hansen, che vede nella dittatura il sistema di governo migliore per la gestione di tale problema, poiché abile in legislazioni ‘veloci’ non tiene conto del fatto che una dittatura, insensibile ai bisogni della sua popolazione e che ne viola i diritti umani, forse non sarà poi così ‘sensibile’ ai problemi ambientali e ‘insensibili’ ai ricavi economici, come lo è invece la democratica America, basti pensare che se Hansen fosse stato cinese, molto probabilmente non avrebbe avuto neanche la possibilità di presentarsi, nel 1988, all’equivalente cinese del Congresso per esporre liberamente le sue teorie e le sue proposte.