Rifiuti radioattivi, 90mila metri cubi che ci dovremo riprendere: dove finiranno

di Redazione Blitz
Pubblicato il 20 novembre 2013 11:41 | Ultimo aggiornamento: 20 novembre 2013 11:42
Rifiuti radioattivi, 90mila metri cubi che ci dovremo riprendere: dove finiranno

Rifiuti radioattivi, 90mila metri cubi che ci dovremo riprendere: dove finiranno

ROMA – I 90mila metri cubi di rifiuti nucleari radioattivi prodotti in Italia ce li dovremo riprendere. La spazzatura nucleare italiana accumulata dal 1987 ad oggi si trova in Francia, Gran Bretagna e Svezia, ma tornerà nel Bel Paese sotto forma di blocchi vetrificati. Blocchi radioattivi che, al momento, non sappiamo ancora dove smaltire.

L’Ispra è a caccia di un luogo dove depositare i rifiuti radioattivi ed entro dicembre dovrà rendere noti i criteri tecnici che dovranno essere seguiti dalla Sogin, società pubblica che si occupa dello smantellamento delle vecchie centrali nucleari, nella realizzazione del deposito nucleare nazionale. E proprio la Sogin entro agosto dovrà fornire una lista delle aree idonee dove costruire questo deposito.

Stefano Agnoli sul Corriere della Sera spiega che non sarà facile trovare un luogo:

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“Dieci anni dopo Scanzano, un luogo deputato a ospitare il deposito nazionale (e il parco tecnologico) ancora non esiste. A differenza di allora, però, non si tratterà di scavare il sottosuolo, ma di costruire una struttura di superficie che possa comunque resistere per duecento anni e che dovrà ospitare le scorie a bassa e media attività (in modo permanente), e per qualche decennio quelle ad alta attività, in attesa di trasferirle a un deposito europeo di profondità di cui, peraltro, ad oggi non c’è traccia”.

La ricerca di un luogo idoneo non è nemmeno iniziata e già ci sono regioni che ne vietano la costruzione, scrive il Corriere della Sera:

“ai primi di novembre la Regione Emilia-Romagna ha giù approvato una risoluzione presentata dalla Lega che dice «no» all’installazione del deposito a Caorso, il sito della centrale (e del reattore noto come «Arturo») spenta nel 1987. Ma anche se tutto filasse liscio sarà difficile rispettare le scadenza”.

Intanto a partire dal 2019 il materiale radioattivo tornerà in Italia da Sellafield, in Inghilterra, e tra il 2020 e il 2025 arriveranno anche i rifiuti radioattivi da La Hague, in Francia:

“I contratti con gli inglesi, che risalgono ai tempi dell’Enel, sarebbero più flessibili, e pagando qualche salata penale consentirebbero di prendere tempo. Più difficile, a quanto pare, potrebbe essere «spostare» quelli con i francesi, sempre più preoccupati che la decisione tedesca di uscire dal nucleare possa moltiplicare in futuro le richieste di ritrattamento dei combustibili radioattivi. C’è poi qualche via alternativa: con gli inglesi, ad esempio, è stato sottoscritto un accordo («swap») in virtù del quale l’Italia eviterà il rientro di seimila metri cubi in cambio di mille metri cubi di residui ad alta attività. Meno volume (che si paga caro) a parità di radiazioni. Nel 2006 circa due tonnellate di uranio naturale e impoverito sono state addirittura cedute al Kazakhstan”.

Inglesi e francesi poi potranno tenere per sé, come da accordi, solo le scorie radioattive di uranio e plutonio ancora utilizzabili, destinate però al solo uso civile. E 90mila metri cubi sono i rifiuti italiani all’estero, alcuni si trovano ancora in Italia, spiega Agnoli:

“La rimozione del combustibile dalle quattro centrali nucleari italiane (Latina, Garigliano, Trino e Caorso) e dagli altri impianti (Saluggia in provincia di Vercelli, Rotondella-Matera, Casaccia-Roma, Bosco Marengo-Alessandria) non è del tutto completa. Il combustibile di Latina (la prima entrata in esercizio nel 1963) già dai primi anni Novanta è a Sellafield, nella contea britannica di Cumbria. Il materiale della piacentina Caorso è stato trasferito in Francia tra il 2007 e il 2010. A Trino Vercellese, invece, il combustibile esaurito è in parte confinato nella piscina della centrale (39 elementi di uranio e 8 di mox, una miscela di uranio e plutonio). Quello del Garigliano è nel Regno Unito dal 1987, ma 63 elementi sono parcheggiati nel deposito Avogadro di Saluggia con destinazione Francia”.

Anche il costo di questa operazione non sarà indolore per le finanze italiane:

“La Sogin (che con Zollino e Casale si è impegnata alla «massima trasparenza») fino a tutto il 2012 ha speso 2,1 miliardi di euro. Per arrivare al «prato verde» conta di aver bisogno di altri 3,8 miliardi. In questo conteggio non sono compresi deposito e parco tecnologico, altri 700 milioni-1 miliardo. La Sogin costa agli italiani (in bolletta) circa 220-230 milioni l’anno. Ma la scommessa è alta: nei prossimi anni il mercato mondiale del «decommissioning» potrebbe creare un giro d’affari di 600 miliardi. Prendendone solo l’1% il conto sarebbe già in pareggio”.