Terzigno, con la puzza dei rifiuti salta pure il business dei matrimoni sul Vesuvio

Pubblicato il 26 Ottobre 2010 16:57 | Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre 2010 17:38

Raccontano che gli invitati scozzesi, parenti dello sposo, siano andati via a fine serata inorriditi. No, il menù gli è piaciuto. Il problema è stato l’ospite non gradito: la puzza della discarica. Estate 2010, a rovinare le nozze con amici della coppia in gonnellina e musiche etniche, è stato l’odore nauseabondo proveniente dalla Sari, la discarica che a Terzigno (Napoli) ha provocato la mobilitazione di migliaia di abitanti dei comuni vesuviani.

Quei miasmi nauseabondi hanno esasperato le popolazioni locali, incattivendo la lotta. Ma hanno anche rappresentato un colpo al cuore dell’economia locale, soprattutto di decine e decine di ristoranti, alberghi, locali tipici.

Una serie di insegne in successione ne segnala la presenza, partendo da via Panoramica, dove si trova la rotonda della rivolta antidiscarica, per proseguire lungo via Cifelli, a Boscotrecase, ed arrivare alle pendici del vulcano. Qui ogni anno si celebrano banchetti per centinaia di matrimoni, prime comunioni, battesimi, feste tra amici.

Se il cattivo odore ha varcato i confini nazionali, come nel caso degli invitati scozzesi, sta mettendo in fuga anche coloro che dal Napoletano, anche dal capoluogo, sceglievano questi posti per ricordare un particolare avvenimento familiare. ”Fino a poco fa – dice un ristoratore – dovevamo organizzare più banchetti nello stesso giorno e, quando non era possibile, rinunciare a qualche richiesta. Adesso siamo senza lavoro e le prospettive sono drammatiche”.

Al tavolo tecnico in Prefettura, insieme con le richieste delle popolazioni, è stata posta anche la questione della grave difficoltà che stanno attraversando gli operatori del territorio. I ristoratori, ma anche i produttori agricoli, in particolare quelli di vino e albicocche, tipicità che non hanno più mercato.

Al momento, secondo le stime di alcuni operatori, si viaggia su un calo di fatturato che si aggira tra il 40 e il 50 per cento. ”Se continua così – dice un albergatore – saremo costretti prima a licenziare il personale, anche quello precario, e poi a chiudere noi. Sarebbe un dramma, questo territorio non offre nessuna alternativa. E poi tante di queste aziende sono a conduzione familiare, ereditate di padre in figlio. Anche così si uccide una tradizione che è andata avanti negli anni”.

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