A come asta, B come balneari, C come concorrenza e cemento, S come sciopero delle spiagge private…

Pubblicato il 18 luglio 2012 17:08 | Ultimo aggiornamento: 18 luglio 2012 17:08
Protesta degli stabilimenti balneari: sciopero il 3 agosto

LaPresse

ROMA – Non sarà la stessa spiaggia, né lo stesso mare. Almeno non venerdì 3 agosto, quando all’ingresso degli stabilimenti balneari italiani sarà appeso un cartello: “Chiuso per sciopero”. All’inizio del primo fine settimana di agosto i titolari dei lidi metteranno in atto una protesta per loro molto costosa. Nel mirino c’è la direttiva europea Bolkestein (datata 2006), che impone la messa all’asta a fine 2015 delle licenze ora in concessione ai balneari. Ma non di loro proprietà.

L’Europa dice: “È il libero mercato, adeguatevi”. Gli operatori italiani – 30.000 aziende per 600.000 addetti – replicano: come possiamo investire in uno stabilimento che fra 3 anni rischiamo di perdere?”. La risposta “basta vincere l’asta” non soddisfa i balneari. Anche perché loro controreplicano: cosa possiamo noi piccoli imprenditori contro i grandi gruppi immobiliari o le multinazionali del turismo, che farebbero man bassa di licenze? Perché seminare incertezza in un settore che già paga la crisi in atto, visto che la prima cosa su cui le famiglie tagliano sono le vacanze?

Si potrebbe rispondere con i numeri del settore, che parlano di una iperprivatizzazione e ipercementificazione del litorale italiano, nonché di un volume di fatturato in rapporto al quale è poca cosa quello che incassa lo Stato dall’affitto delle concessioni. I dati li ha forniti Giovanni Valentini su Repubblica:

Dal 2001 a oggi, gli stabilimenti sono più che raddoppiati, passando da 5.368 a circa 12 mila, fino a occupare 900 chilometri di costa: un quarto di quella adatta alla balneazione, su un totale di ottomila chilometri. In pratica, uno ogni 350 metri, per un’estensione complessiva che arriva a 18 milioni di metri quadrati. A fronte di oneri concessori nell’ordine dei 130 milioni di euro all’anno a favore dell’erario, il fatturato di questa “industria delle spiagge” varia dai 2,5 miliardi dichiarati dai gestori (i contribuenti italiani più “poveri”, con una media di 13.600 euro a testa) ad almeno uno di più stimato dalla Guardia di Finanza, per raggiungere i 6-8 ipotizzati da alcuni esponenti ambientalisti. […]

Un fenomeno particolarmente allarmante riguarda la progressiva scomparsa delle dune di sabbia, “costruite” nel tempo dall’azione del vento e invase ormai dalle file di ombrelloni e sedie a sdraio, dai chioschi, dai campetti di calcio o beach-volley. Nell’ultimo mezzo secolo, si sono ridotte da una lunghezza complessiva di 1.200 chilometri a circa 700. Ma quelle ancora “attive”, in grado cioè di svolgere la loro funzione naturale di barriera protettiva, coprono appena 140 chilometri.

Quindi non c’è solo la protesta dei balneari ma anche quella silenziosa dei bagnanti, che trovano sempre meno spazio per farsi una giornata di mare gratis, in un litorale che per 18 milioni di metri quadrati è occupato dai privati. Forse è il momento meno adatto per far applicare le regole della concorrenza sulle spiagge, ma è ancora meno opportuno approvare leggi che le riempiano di cemento.