Pianeta Terra 2070: dove ora abita un terzo degli umani clima invivibile come il Sahara

di Redazione Blitz
Pubblicato il 6 Maggio 2020 12:46 | Ultimo aggiornamento: 6 Maggio 2020 12:47
Pianeta Terra 2070: dove ora abita un terzo degli umani clima invivibile come il Sahara

Clima 2070: la Terra invivibile per un terzo della popolazione mondiale (Ansa9

ROMA – Senza un taglio consistente delle emissioni di gas serra, entro 50 anni le aree del Pianeta abitate da un terzo degli esseri umani si riscalderanno tanto quanto le parti più calde del deserto del Sahara, e quindi 3,5 miliardi di persone sarebbero ”in condizioni quasi invivibili”.

I paesi più colpiti sarebbero l’India e la Nigeria, dove sperimenterebbero questo caldo eccezionale rispettivamente più di 1,2 miliardi di persone e 485 milioni di abitanti; oltre 100 milioni di persone verrebbero colpite sia in Pakistan che in Indonesia e Sudan.

Alle minacce per la salute e le società, si aggiungerebbe quella per la produzione alimentare.

È il risultato di uno studio di un team di ricerca internazionale di archeologi, ecologi e climatologi di alcune università in Cina, Europa e Stati Uniti e pubblicata sulla rivista dell‘Accademia americana delle Scienze (Pnas).

Se le emissioni continueranno ad aumentare, avvertono i ricercatori, la temperatura media percepita dall’uomo si alzerà di 7,5 gradi centigradi entro il 2070, quindi oltre i +3 gradi previsti ora.

Questo rapido aumento porterebbe il 30% della popolazione mondiale ad abitare in posti con una temperatura media superiore ai 29 gradi, una condizione climatica che oggi è sperimentata sullo 0,8% della superficie delle terre emerse, principalmente nel Sahara, mentre nel 2070 riguarderebbe il 19% della superficie.

“I cambiamenti si manifesterebbero meno velocemente che con l’attuale pandemia da Covid-19, ma sarebbero ancor più deleteri perché alcune zone del Pianeta si riscalderebbero a livelli a malapena accettabili per la sopravvivenza umana, e non si raffredderebbero mai più”, osserva Marten Scheffern dell’Università di Wageningen, coordinatore dello studio assieme a Xu Chi dell’università di Nanjing. (fonte Ansa)