Vulcanelli, frane e fiumi: ecco dove si rischia la pelle in Italia

di Redazione Blitz
Pubblicato il 29 settembre 2014 12:36 | Ultimo aggiornamento: 29 settembre 2014 12:36
Vulcanelli, frane e fiumi: ecco dove si rischia la pelle in Italia

Vulcanelli, frane e fiumi: ecco dove si rischia la pelle in Italia

ROMA – Vulcanelli di fango come quelli di Macalube, vulcani “addormentati” come il Vesuvio, alluvioni, frane, fiumi pronti ad esondare e fuoriuscite di gas Radon. Questi i pericoli che si trovano sul territorio italiano e di cui spesso i cittadini non sono consapevoli. Da nord a sud,  ogni regione cela le sue zone a rischio.

I vulcanelli di fango, ad esempio, non si trovano solo a Macalube, ma anche in Emilia Romagna, nelle Marche e in Abruzzo. Ci sono poi i vulcani, quelli veri, come il Vesuvio, Etna e Stromboli, le cui eruzioni sono imprevedibili quanto pericolose. Antonio Pitoni su La Stampa spiega:

“Non c’è solo la Sicilia, però, nell’elenco delle località in cui fenomeni analoghi potrebbero verificarsi. C’è, per esempio, anche l’Emilia Romagna, dove si chiamano salse, distribuite nella Riserva Naturale di Nirano a sud di Modena. Ma anche le Marche, con l’area dei Comuni di Montegiorgio, Falerone, Montappone, Monteleone di Fermo, Rotella e Offida, e l’Abruzzo, nell’area di Pineto”.

Il Veneto invece è afflitto dalle fuoriuscite di Radon, un gas di provenienza vulcanica che è una delle principali cause di tumore al polmone, dopo il fumo di sigaretta. Un gas che si trova anche in Trentino Alto Adige, in Liguria, nel Lazio e in Campania.

Il rischio alluvione invece è alto in Toscana, Abruzzo e Sardegna, mentre per le frane il rischio si localizza in Emilia Romagna e Sicilia:

“Se in passato i sorvegliati speciali erano di norma i grandi fiumi, come il Po, l’Adige e l’Arno, oggi sono le assi fluviali piccole e corte a rappresentare l’ultima frontiera del rischio. Costrette, a causa dei mutamenti atmosferici, ad assorbire in pochi minuti quantitativi di pioggia che un tempo si generavano in diversi mesi. Così, nella mappa del rischio, entrano i 170 chilometri tra Campania, Basilicata e Puglia, attraversati dal fiume Ofanto. Ma anche il versante adriatico, delle Marche, dell’Abruzzo e del Molise, la Maremma, la Versilia e, in Sardegna, la zona di Olbia. Senza dimenticare la Liguria, in particolare l’area formata dai territori delle Cinque Terre, parte del genovese e le aree adiacenti il letto del fiume Vara”.

I terremoti, invece, interessano tutta la dorsale appenninica: da nord a sud, il rischio sismico sugli Appennini è elevato. Il rischio esondazioni, come nel caso del fiume Ofanto, si registra anche in Campania e Calabria:

“Dal Nord-Est, fino al Sud più profondo, lungo l’intera dorsale appenninica. Sembra quasi superfluo, ma è comunque utile rievocare i disastrosi terremoti di L’Aquila, in Abruzzo, nel 2009, e quello che sconvolse l’Irpinia nel 1980. Senza risparmiare neppure due zone spesso poco considerate, ma caratterizzate da una forte sismicità: il Gargano in Puglia e il catanese in Sicilia. Ma esiste un pezzo d’Italia del tutto immune dai pericoli naturali? In effetti sì. La Puglia meridionale (Bari, Brindisi e Lecce). E la Sardegna, limitatamente ai terremoti e alle attività vulcaniche. Almeno per ora”.