Clicca col mouse e diventa stupratore

Pubblicato il 9 Febbraio 2010 16:26 | Ultimo aggiornamento: 9 Febbraio 2010 16:26

Una scena del videogame

La “preda” ti guarda dal basso verso l’alto. Ha due occhi grandi e lo sguardo supplichevole e nonostante il vezzo tipico dei fumetti giapponesi dei capelli color lilla, è disegnata con estremo realismo.  Tu puoi scegliere se insultarla, strapparle i vestiti di dosso o iniziare subito lo stupro. Si chiama Itazura Gokuaku ed è solo l’ultimo di una lunga serie di videogiochi dedicati alle violenze sessuali.

In Giappone ne sfornano a ripetizione: qualche tempo fa era stata la volta di “Rapelay”, macabra fusione dei termini inglesi rape (stupro) e  replay (ripetizione). Il nome rende l’idea: l’obiettivo del gioco è violentare e picchiare donne:  più ne colpisci e più sei efferato maggiore è il punteggio ottenuto.

Rapelay è uscito nel 2006, pensato e realizzato per il solo mercato nipponico ma la commercializzazione via web e la possibilità di scaricarlo da internet  lo ha fatto arrivare in tutti i Paesi europei, Italia compresa. Il giocatore veste i panni di un maniaco che si accanisce contro tre donne, una mamma e due figlie, una delle quali chiaramente minorenne.

Quattro anni nel mondo dei videogiochi, però, sono un’era geologica e Rapeley è invecchiato in fretta.   Così, non appagati, nel 2010 i maniaci del software ne hanno messo in rete una versione più evoluta e realistica. Si tratta di “Itazura Gokuaku”, per gli amanti del genere già diventato “Violenta le Japo in metrò”. Invece che su di una sola famiglia il maniaco ha una scelta virtualmente illimitata. Lo stupratore seriale, nella trama del gioco, è un uomo condannato ingiustamente per violenza sessuale a caccia di vendetta che  si aggira per la metropolitana puntando le sua vittime a piacimento. Non solo: dopo averla ridotte all’impotenza può scegliere anche di condividere le “prede” con i passanti. Il tutto condito da un delirio di urla, singhiozzi, suppliche e sangue. Ai tempi di Avatar, per aumentare il realismo, non poteva infine mancare il 3D.

In Italia, almeno in teoria, i videogames degli stupratori non sono in vendita ma basta avere un pc per scaricarli senza difficoltà. Sempre sulla carta per scaricarli bisognerebbe avere 18 anni ma il sito che rende disponibile il download del gioco si limita a chiedere all’utente se è maggiorenne. Una farsa.

Chi il gioco lo ha concepito e sviluppato teorizza un’ardita difesa sociologica: lo stupratore virtuale canalizzerebbe la violenza latente davanti al pc. Insomma seviziare una bimba sul web diventa un modo per esorcizzare la violenza sulle donne in carne ed ossa. A questa discutibile estensione della funzione catartica della violenza simulata si oppongono le associazioni dei genitori. Luca Borgomeo, presidente dell’associazione telespettatori cattolici Aiart lancia l’allarme e invita i genitori a “vigilare”.

Le critiche più dure, però, vengono da alcuni esperti. Rosa Mininno, psicologa e referente dell’associazione “Rete nuove dipendenze” definisce il videogioco “agghiacciante e pericoloso”. Molto peggio, spiega la psicologa, che vedere uno stupro in tv:  “Un conto è seguire con occhi e orecchie gesti che già ci sono. Pigiando i tasti, invece, i ragazzi diventano parte attiva”. E sulla teoria della valvola di sfogo: “Solo stupidaggini per auto-assolversi”.

Lo scorso novembre la rivista Wired ha lanciato la proposta per la candidatura di Internet per il prossimo Nobel per la Pace. Se queste sono le premesse sarà dura.