Finanza global. Accordo in extremis al G20 sugli squilibri globali. Le auto-illusioni degli italiani

Pubblicato il 20 Febbraio 2011 13:16 | Ultimo aggiornamento: 20 Febbraio 2011 13:49

PARIGI – Alla fine ce l’hanno fatta i ministri del G20 a trovare un accordo sugli squilibri globale, ma al di là dei toni trionfalistici della stampa italiana è stata un intesa al ribasso, un compromesso faticosamente raggiunto a Parigi.

Probabilmente c’è una sorta di auto-illusione nel volere rilanciare e sottolineare che al G20 è passata “la linea italiana sul debito privato”, come ha detto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che non viene ripreso dalle agenzie estere con la stessa rilevanza.

Anzi, l’americana Associated press non solo non cita il ruolo italiano, ma avanza qualche dubbio riguardo l’intesa trovata in Francia, in cui sono stati concordati degli indicatori tecnici per indivuduare gli squilibri globali, causati da paesi che consumano di più, mentre altri tendono ad essere più parsimoniosi.

Ciò che sottolinea l’Ap è che in realtà al G20 si sono tenuti bene dall’affrontare la questione più spinosa: ovvero cercare di individuare quando gli squilibri diventano davvero pericolosi e in che modo riuscire a evitare conseguenze nefaste. Di positivo c’è stato l’attegiamento della Cina che ha acconsentito a sottoscrivere alcuni indicatori degli squilibri globali, ma non le riserve valutarie e i tassi di cambio.

Inoltre resta lontana l’ipotesi, cara alla presidenza francese del G20, di imporre una tassa sulle transazioni finanziarie. Intata pratica la Francia si è accontentata di un processo graduale in due fasi. ”Entro aprile – si legge nel comunicato finale del G20 – puntiamo ”all’accordo sulle linee guida” che dovrebbero portare al monitoraggio di una serie di parametri: debito pubblico e deficit, risparmi e debiti privati ( ”la tesi italiana”, secondo quanto dice il ministro dell’Economia Giulio Tremonti), squilibri della bilancia commerciali e flussi netti d’investimento.

“Abbiamo una ripresa, ma non la ripresa che vogliamo”, perché “è disomogenea”, ha detto infatti il direttore del Fmi, Dominique Strauss Kahn. “Molti credono, sbagliando, che la crisi è alle nostre spalle e che ormai i problemi sono solo interni”.

A questo punto che fare? La tesi americana sarebbe quella di portare Pechino a rivalutare lo yuan: un modo per bloccare i cinesi e fare respirare le aziende americane in difficoltà?

(Stella Morgana)