Moggi: “Zeman fallisce ancora e se la prende con me”. Che classifica ha visto?

di Emiliano Condò
Pubblicato il 29 Aprile 2011 14:54 | Ultimo aggiornamento: 29 Aprile 2011 20:14

ROMA – Come dirigente calcistico, nonostante qualche telefonata di troppo, le squadre le sapeva assemblare. Come commentatore calcistico, invece, è ancora rivedibile. Gli anni di presenza ai processi di Biscardi & affini non sono bastati. Luciano Moggi è così: punta l’obiettivo e spara mirando al bersaglio grosso. I dettagli, persino la verità dei fatti, non sono affar suo. Alla platea del calcio, partigiana per natura e mediamente pigra quando si tratta di riflettere, però, va bene così. E quindi, forse, ha ragione Big Luciano anche se quello che scrive a volte  ha con la verità un rapporto occasionale e non protetto.

E’ il caso della rubrica che l’ex dirigente juventino ha sul quotidiano Libero. Venerdì 29 aprile, dopo il passaggio, non indimenticabile e dovuto, sull’esplosione post sconfitta in Champions di José Mourinho, si dedica ad un suo antico ma sempre attuale nemico, quello Zdenek Zeman che aveva intuito come nel calcio targato Moggi non tutto fosse esattamente secondo le regole.

Ha aspettato Moggi. Come tanti, quando Zeman si è seduto sulla panchina del Foggia, si è messo tranquillo sperando che l’allenatore saltasse prima del panettone, che fallisse la stagione. I numeri, però, raccontano un’altra storia. A quattro giornate dalla fine, Zeman è ancora comodo sulla panchina e a Foggia i tifosi insorgono non appena qualche giornale prova ad ipotizzare una destinazione diversa per la prossima stagione.

Eppure l’analisi di Moggi è impietosa: “Quando si perde il senso della misura si scade nel ridicolo. E’ il limite superato dal Foggia che – per spiegare la sconfitta contro la Nocerina che allontana la squadra di Zeman dalla promozione – scrive che l’odio nei confronti del nostro mister è diventato smisurato, tanto da prendere le sembianze di una punizione divina nei confronti di un uomo che ha detto soltanto la verità”.

L’ex dirigente della Juventus usa l’ironia: “Intanto non si capisce il collegamento tra la (molto presunta) verità e la richiamata punizione divina (anche da lassù gli sono contro?), ma mi sembrava che Zeman ritenesse che la sua carriera fosse stata stroncata dal sottoscritto”. Quindi l’affondo finale: “Io non ci sono più (non ci risulta, ndr) e per lui continuano le disfatte (neppure questo ci risulta, ndr). Il profeta di un calcio tutto suo è all’ennesimo flop, anche in serie C”.

Il principio ispiratore di tutta la riflessione di Moggi è quello di documentarsi il meno possibile, espungere dalla ricostruzione dei fatti tutto ciò che non è funzionale al disegno e puntare il nemico. Tanto, qualcuno che ci crede, perché vuole crederci, lo si trova sempre.

Visto che del cadavere del nemico, sul fiume, non c’è traccia allora Moggi cerca di tirarcelo lo stesso. Basta guardare i numeri. Il Foggia, in Lega Pro, è sesto in classifica con 44 punti (sarebbero 46 ma due gli sono stati tolti per inadempienze amministrative). Ha, e questo è assolutamente nella norma dello stile di Zeman, sia il miglior attacco sia la miglior difesa. A meno di miracoli non andrà ai playoff ma da qui a parlare di flop ce ne corre. Zeman è tornato alle origini il 20 luglio 2010, una settimana dopo il rientro di Pasquale Casillo. Allora a Foggia c’erano le macerie, un numero di giocatori che non arrivava a 11 e una squadra completamente da ricostruire. Qualche prestito, qualche parametro zero e tutto è ricominciato, come sempre tra patate e gradoni, con meno di un mese di tempo per presentarsi in campionato. Moggi ha davvero una strana concezione del flop sportivo. Per lui, probabilmente, è meglio vincere scudetti salvo poi vederseli revocati dai giudici.

Quanto al passaggio sulla Nocerina, big Luciano non fa un solo cenno a quanto accaduto in campo con tre gol annullati ai pugliesi di cui due regolari. Curioso visto che lui, quanto ad arbitri era abituato in un altro modo. Prima, almeno secondo quanto stabilito dalla giustizia sportiva, telefonava per ottenere il fischietto desiderato. Poi in caso di torto arbitrale presenziava in ogni spazio televisivo possibile e immaginabile. Infine, se neppure questo bastava, c’era sempre la possibilità (teorica, s’intende visto che proprio il direttore di gara coinvolto nell’episodio ha smentito che sia mai accaduto) di chiudere a chiave l’arbitro di turno in qualche spogliatoio.