Giornalisti: da settembre 2012 sparirà l’albo dei pubblicisti

Pubblicato il 29 Dicembre 2011 14:48 | Ultimo aggiornamento: 29 Dicembre 2011 14:49

ROMA – Addio ai giornalisti pubblicisti da settembre 2012. Secondo una norma contenuta nella “manovra Salva Italia” del suo governo da settembre 2012 l’albo dei giornalisti pubblicisti potrebbe infatti essere abolito.

La proposta di Monti in realtà non è una novità, ma una nuova norma che recepisce le direttive europee sulle professioni redatta già in passato da Berlusconi e confermata da questo governo. La norma che compare al punto “Riforma degli ordini professionali”, prevede infatti l’annullamento della distinzione tra giornalisti pubblicisti e professionisti. Il comma 5 dell’art 3 dl 138/2011 prevede che l’accesso a tutte le professioni intellettuali sia vincolato al superamento dell’esame di Stato previsto dalla Costituzione. Risultato, chi non avrà conseguito il praticantato e sostenuto la prova di idoneità per accedere all’albo dei professionisti entro il prossimo settembre potrebbe non aver diritto a svolgere regolarmente il proprio lavoro.

la possibilità sta gettando scompiglio tra i circa 80 mila pubblicisti iscritti al relativo ordine, oltre a tutti quelli in procinto di concludere i 24 mesi previsti per la tessera di pubblicista. E ha suscitato dibattito nel mondo del giornalismo. Per Franco Abruzzo si potrebbe trovare una “soluzione empirica” basata sulla misurazione del reddito per verificare chi è “giornalista vero” in modo da sanare le posizioni occupate negli elenchi da chi in realtà non esercita ed è giornalista solo di fatto.

Dalla consigliera dell’Ordine Antonella Cardone è arrivato invece un tentativo di fare chiarezza. In un messaggio girato su Facebook da altri colleghi, scrive: “La ratio sta nel voler liberalizzare l’accesso alle professioni, tenendo come unico criterio di accesso l’esame di Stato. Per noi giornalisti si trasforma in una restrizione, ma penso sia anche un’occasione per qualificare a meglio la categoria, che ricordo essere composta da 110 mila persone in tutta Italia di cui appena 50 mila versano i contributi all’Inpgi (vuol dire che 60 mila persone o non fanno la professione o lavorano in nero)”.