La prof. di Palermo condannata per l’alunno “deficente”: troppa indulgenza rovina i giovani?

di Alessandro Avico
Pubblicato il 17 Febbraio 2011 12:43 | Ultimo aggiornamento: 18 Febbraio 2011 8:26

PALERMO – La notizia è di cronaca, semplice da comprendere. La domanda che ne scaturisce anche lo è, la risposta invece non lo è affatto. A Palermo una professoressa di scuola media è stata condannata a un anno di carcere per aver fatto scrivere ad un alunno 100 volte “sono un defic(i)ente”. La i tra parentesi è d’obbligo perché la frase scritta e riscritta ne era priva.

All’origine c’è che l’alunno aveva impedito di entrare nel bagno dei maschi un compagno, spingendolo e dicendogli “tu non entri perchè sei gay”. La professoressa gli aveva intimato di chiedere scusa, ma l’alunno si era rifiutato. Di qui la punizione.

Troppo severa per alcuni, giusta e sacrosanta per altri. Anche i giudici si sono divisi. La Gup aveva archiviato la denuncia, la Corte d’appello ha sostenuto l’accusa e ha inflitto alla donna una pena superiore alla richiesta.

Viene da pensare alla capacità dell’Italia di competere. Si dirà: che c’entra con una punizione a scuola? C’entra, perché tutti i paesi che hanno avuto un ruolo nella storia, avevano una classe dirigente formata in modi anche aspri: prendiamo gli inglesi come esempio, ma questo vale anche per gli americani, il cui declino in parte almeno sembra coincidere con la diffusione di un clima mammone che sa tanto di Italia. In America sono arrivati al paradosso che il professore di ginnastica e allenatore della squadra scolastica di Houston era contemporaneamente osannato dai suoi vecchi ex allievi, che avevano raccolto fondi tanto ingenti da costruire una nuova palestra dedicata al suo nome, e anche licenziato su pressione dei genitori degli allievi di oggi.

Oggi non si parla, almeno per ora, di guerre mondiali. Il mondo si conquista con l’economia, le armate non hanno cannoni ma bond e aumenti di capitale. Ma la logica resta la stessa.

La Cina cresce, la Cina sale nel mondo, anche pezzi sempre maggiori d’Italia passano in mani cinesi. Sarà una coincidenza, ma in Cina gli insegnanti sono ben più duri. Non si vuole certo arrivare alla punizione corporale, come a Singapore, ma forse per certi ragazzi servirebbe eccome.