Trippa alla romana

Pubblicato il 7 Marzo 2010 20:37 | Ultimo aggiornamento: 7 Marzo 2010 20:37

“Dimentichi che ti ho detto che conosco sia l’autore, Tal dei Tali, nato a…il e morto a… il…, uno dei maggiori, forse il maggiore esponente della letteratura tedesca del suo secolo, che il romanzo da cui il film é tratto. L’ambientazione italiana deriva dalla sua passione per l’Italia, Paese protagonista di alcuni suoi saggi, romanzi e persino disegni. Il romanzo s’intitola… (e ne ripeté il titolo in lingua originale). L’interpretazione dei suoi contemporanei fu che…, al giorno d’oggi, invece, si pensa che…. e parlò senza sosta per un quarto d’ora.

La bestia in lei si fermò. Appena in tempo, mentre il suo cervello aveva già formulato la frase: ”Quindi, adesso che sai che non mi devi spiegare niente, mi fai vedere e sentire almeno il secondo tempo di questo film?

Le luci si spensero nuovamente.

Il secondo tempo iniziò: l’occhio di lei concentrato sulla vista laterale più che frontale, pronto a cogliere qualsiasi movimento della testa di lui verso la sua.

Non appena vedeva che lui si inclinava nella sua direzione come per dirle qualcosa all’orecchio, lei si ricordava improvvisamente di dover cercare qualcosa a terra, che, forse, chissà, le era caduto, o per cercare improvvisamente qualcosa nella borsa: un fazzoletto, una pinza per capelli, una penna, un accendino…

Lui, vedendo naufragare i tentativi di avvicinamento resi propizi dall’essere seduto accanto a lei al buio, tentò l’ultima carta.

“Ti posso prendere la mano?” – Le chiese.

“No” – Rispose lei cercando disperatamente di vedere gli ultimi sprazzi di pellicola.

“Perché?” – Ribatté quel moscone fastidioso.

“Perché no” – Gli rispose lei tranquillamente.

“Ma ti ho fatto qualcosa?” – Chiese lui

Lei preferì non rispondere fingendo di non avere sentito. La bestia ringhiava.

“Ma ti ho fatto qualcosa?” – Ritornò lui a chiedere.

Lei avrebbe voluto trasformarsi in carta moschicida gigante.

Finalmente lui tacque, forse pensando che lei fosse sorda.

Il film finì e con esso quel tormento.

“Andiamo a mangiare?” – Fece lui speranzoso.

– “Si è fatto tardi, non credi?”

“Andiamo al ristorante qua vicino” – Disse lui per tutta risposta ignorando la considerazione di lei.

“E va bene!” – Rispose lei attirata dal profumino che veniva fuori del locale e che le provocava un certo languorino.

Il cameriere portò il menu.

– “Guarda, faccio io! Tu non ti devi scomodare a pensare cosa scegliere! Devi mangiare questo perché é molto buono, conosco il ristorante e questo piatto lo fanno benissimo!”

La iena che era in lei alzò leggermente il capo, con gli occhi leggermente socchiusi, assonnati: le era sembrato di sentire un imperativo.

“Preferirei di no, non mi piace!”- Protestò lei educatamente.

“No, no, devi assaggiare!” – Disse lui con decisione e, subito dopo: “Cameriere! Ci porti DUE piatti di trippa alla romana” – Accompagnando l’ordinazione con l’indice ed il medio levati in aria come la “V” di “Vittoria”.

La profonda avversione alle interiora era incisa nel suo DNA, motivo per cui, quando l’odorosa trippa fu sotto il suo naso, si limitò a spostare garbatamente il piatto verso di lui.

E lui, meravigliato: ”Come, non mangi?”

“Mi disturba questo odore forte “ – Replicò lei sentendo sempre più che la speranza di una serata civile stava assottigliandosi.

“Come sei delicata!” – Disse lui.

La iena alzò la testa e cominciò a ringhiare pericolosamente.

“Ti sei dimenticato che sono una principessa e che sono un angelo?- Fece lei scimmiottandolo alla perfezione.

Il sorriso sulla bocca di lui svanì.

“Sei un po’ scontrosa, lo sai?”

Lei si girò verso di lui con sguardo ghiacciato, mentre sentiva che i capelli le si trasformavano in serpenti.

Fortuna volle che lo spirito di Medusa decise di starsene buono per i fatti suoi e non avere a che fare con quella donna che forse avrebbe pietrificato anche le ignare formiche che per caso passavano di lì e che in quella faccenda non c’entravano per niente.

“Dici?”- Si limitò a dire, pensando invece: “E non hai ancora visto niente!”

Lei proseguì: “Forse hai quest’impressione perché sono stanca”.

“E perché ho appresso un moscone come te” – Pensò.

“Dai, fammi contento, mangia, per amor mio”- Insistette ancora lui.

“Per amore di un moscone?” – Pensò lei desiderando vivamente di trasformarsi in un grosso camaleonte per catturarlo velocemente con la lingua e digerirlo in un istante: risentire l’olezzo del sovrabbondante profumo francese scoraggiò però la trasformazione.

Il sangue le cominciò a circolare vorticosamente in tutti gli organi.

“Forse ti è passata la stanchezza, vedo che gli occhi ti sono diventati vivaci” – Osservò lui riaccendendo dentro di sé la speranza di una serata col finale desiderato.

“Questo mi provoca” – Pensò lei sforzandosi di sorridere mentre le veniva fuori una specie di ghigno.

“Dai, non fare storie, assaggia!” – Fece lui porgendole la forchetta con infilzato un pezzo del detestato cibo.

“No, no, ti ringrazio, proprio non mi va!” Si sforzò di dire lei, mentre reprimeva le imprecazioni che le affollavano disordinatamente la mente.

“Su dai!” – Continuò lui protendendosi verso di lei e sfiorandole le labbra col cibo infilzato nella forchetta.

Lei non disse nulla: solo gli sorrise mentre gli scostava delicatamente il braccio. Si asciugò le labbra una prima volta col tovagliolo, poi, per togliere meglio le odiate tracce, se le ripassò un’altra volta con una salvietta dopo averci abbondantemente sputato sopra.

Lui rimase in piedi così, insieme alla forchetta proteso verso di lei, con un sorriso ebete.

Completata l’operazione lei si alzò e lo spinse delicatamente sulla sedia dicendo con calma: “Ti ho detto no, grazie”.

“Dato che ti piace tanto, – proseguì lei continuando a sorridergli e guardandolo dritto negli occhi – penso che tu possa mangiare anche la mia parte, no?”

La bestia imprigionata ringhiava paurosamente, ormai senza freni e catene.

Lei guardò amorevole i due piatti di trippa, affondò tutte e due le mani in entrambi, gli si mise alle spalle, gli passò un braccio intorno al collo e, tenendolo fermo, gli ficcò in bocca quel tanto decantato cibo.

“E’ tanto buona, vero? L’hai scelta tu! Mangiala ora! Per amor mio!” – Diceva lei ormai preda del sacro furore.

Lui la guardava terrorizzato senza capire, strabuzzando gli occhi mentre la trippa straripava dalla sua bocca.

Terminata l’opera, lei uscì dal locale dicendogli: “Ti raccomando tesoro, fatti sentire! Vorrei venire ancora con te al cinema e soprattutto al ristorante. Sei tanto galante! Mi tratti da vera principessa, non devo neanche pensare perché decidi tutto tu per me!”

Lui, uscendo finalmente dal locale, camminava scuotendo la testa, chiedendosi DOVE MAI avesse sbagliato.

Come aveva potuto quella creatura dall’apparenza così docile trasformarsi in una tale iena? Colpa della luna crescente? Le donne sono un vero mistero!

Quando la sentì rientrare, l’amica le chiese: “Beh? Com’è andata?”

“Benissimo! -Rispose lei – Pensa, tanto si é divertito che gli é venuto un portentoso appetito. Ha mangiato due grossi pezzi di trippa alla romana e non ne ha lasciato neanche un po’ per me!”

“Trippa? Ma tu detesti la trippa!” Replicò l’amica mentre lei già spariva in cucina a cercare qualcosa di normale da mettere finalmente sotto i denti.

– “Si, ma lui non lo sapeva. “Poverino”, così premuroso!” -Disse mentre canticchiava: “La donna è mobile…”.