Finale con “sorpresa” per la retrospettiva di Marina Abramovic

Pubblicato il 8 Giugno 2010 10:45 | Ultimo aggiornamento: 8 Giugno 2010 10:45

Finale con “sorpresa” per la retrospettiva di Marina Abramovic, performance artist serba di fama internazionale, che durante i due mesi e mezzo della mostra “Artist is present” è stata seduta su una sedia 6 giorni alla settimana, per 7 ore al giorno a fissare in silenzio la sua audience.

Un’originale “installazione vivente” che dava l’opportunità a ciascun visitatore del Moma (il Museo d’arte moderna di New York) di sedersi di fronte a lei e osservarla, con il suo innaturale pallore, le sue tuniche monocrome e la lunga treccia che le ricadeva sulla spalla sinistra.

Settecento ore di performance, che hanno visto sfilare di fronte a lei celebrità del calibro di Lou Reed, Isabella Rossellini, Bjork, Rufus Wainwright e Marisa Tomei. Alcuni sono restati solo pochi minuti, altri una giornata intera, prima di esplorare il resto dell’esposizione, visitata da mezzo milione di persone. Qualcuno le ha addirittura chiesto la mano, ma nessuno è riuscito a farla reagire.

Nemmeno il visitatore che, nel giorno della chiusura, si è infilato due dita in gola e ha vomitato. Forse per esprimere fisicamente il proprio giudizio sulla performance, scherza il sito americano Gawker.

In ogni caso, la Abramovic è rimasta impassibile anche quando una donna, questa volta possiamo supporre per complimentarsi, si è spogliata completamente davanti a lei (e a centinaia di altre persone).

A vedersela peggio, come ha raccontato il New York Post, sono stati i modelli nudi presenti in altre sezioni della retrospettiva, oggetto di spintoni e “palpatine” da parte di visitatori forse troppo immaturi.

Modelli che riproducevano performance realizzate in passato dall’artista, repliche vuote secondo Holland Cotter del New York Times, perché prive del drammatico carisma della loro autrice.

Nel bene e nel male, riflette il critico, Abramovic è stata il punto di forza dell’intera esposizione, la Maria Callas di un’opera muta che lottando contro la caducità della propria arte sa ancora trascinare il pubblico.