Arte

Il New York Times stronca Roma: quale città eterna? Cade a pezzi

Progetto del Maxxi di Zaha Hadid

Il New York Times ci bacchetta: Roma città eterna che perde i pezzi. In un articolo a firma del critico d’arte Michael Kimmelman sui cambiamenti architettonici di Roma, emerge da un lato il crescente impegno della Capitale verso il proprio futuro, dall’altra gli innumerevoli passi indietro.

Ben venga il Maxxi, aperto di recente, insieme ad un espansione per il museo della città Macro. Oltre 74 mila visitatori in 28 giorni di apertura.  Il nuovo museo romano per le arti e l’architettura del XXI secolo ha infatti registrato un boom di partecipanti. Code interminabili – molto anglosassoni –  a cui si sommano anche gli internauti: 9.382 amici tra Facebook e Twitter, 15.281 visualizzazioni tra YouTube e Flickr, 1.975 visite giornaliere al sito www.fondazionemaxxi.it, e una newsletter che raggiunge oltre 8.000 contatti.

L’architettura contemporanea ora promette di essere il motore e simbolo di una nuova identità creativa per Roma, ma cosa fare delle bellezze del passato come Domus Aurea e Colosseo?

Il Colosseo visto dall'alto

L’autore del New York Times cita Richard Burdett, un urbanista londinese di origini italiane, che si domanda cosa Roma voglia fare da grande. Burdett sottolinea che la “Città eterna” si trova davanti a un bivio in cui lotta per andare in avanti, rimanendo indietro. Cambiare non è mai facile qui. Quando Richard Meier ha progettato l’edificio di vetro e marmo, per ospitare l’Ara Pacis, i romani hanno urlato, scrive la giornalista del New York Times.

Qual è il problema di tale gestione? I soldi, come al solito. I fondi a disposizione di ministeri e soprintendenze, spiega Kimmelman (0,21 per cento del bilancio italiano), sono pari a un quinto di quelli a disposizione del patrimonio artistico francese. Questo significa che il futuro di Roma dipende da fattori esterni, più che locali.

I problemi di Roma non si potranno risolvere con poche grandi stelle che progettano nuovi edifici, ma con uno sforzo maggiore per ripensare una città che è rapidamente cresciuta fino ad arrivare a 3,7 milioni di abitanti, quasi tutti fuori dal centro storico, dove il passato si sta sgretolando.

L’architetto Massimiliano Fuksas sta seguendo i lavori di un enorme centro congressi lungo la strada fatta costruire da Mussolini per collegare il centro di Roma al mare. L’opera sorgerà vicino al Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini, una struttura degli anni trenta, basata sulla combinazione di quattro elementi (pietra, vetro, luce e aria). Vicino al museo verranno inoltre costruiti dei nuovi palazzi progettati da Renzo Piano, l’architetto del Parco della musica di Roma. Struttura, quest’ultima, positivamente accolta dal pubblico locale in quanto valida alternativa al Teatro dell’Opera, i cui abbonamenti sono, da sempre,  riservati a un èlite che normalmente non ha competenze di Opera, a differenza degli esperti che per una piccionaia si giocano lo stipendio.

Peccato che al Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini i romani vadano solo in gita scolastica alle elementari. Fuksas aggiunge un gingillo gigante in quella che è ancora al centro di nulla, chiosa spietato l’articolo del New York Times. Del resto è stato lo stesso Fuksas a dichiarare: «L’architettura è interessante, ma di per sé non significa nulla». Niente di strano in Paese in cui il ministro della cultura  sostiene che l’arte contemporanea non abbia senso in quanto “incomprensibile”. Però all’ inaugurazione del Maxxi c’era Sandro Bondi, accolto “inspiegabilmente” da una fanfara di fischi.

Insomma, insieme ai nuovi edifici che nascono ci sono anche i siti da mantenere. In primis la Domus Aurea (patrimonio nazionale) e il Colosseo (patrimonio Unesco). Il problema per gli ultimi 12 o 13 anni è che il paese ha smesso di investire in cultura, insiste Kimmelman. Ma poi arriva Maxxi, a 223 milioni dollari, uno spettacolo cresciuto in un decennio, durante il quale il governo è cambiato tre volte. L’architetto Zaha Hadid è stata assunta  per realizzare a Roma quello che ha fatto per Frank Gehry a Bilbao. Anche se Roma non è Bilbao.

L’obiettivo sembra quello di attrarre turisti a Roma, intesa come una destinazione per l’arte contemporanea, non solo culla di ciò che è vecchio, ma parallelamente alla sfida della modernità architettonica si dovrebbe trovare una soluzione per sciogliere il nodo dello sviluppo urbanistico, della mobilità e del traffico. Il Colosseo sta lì da 2000 anni. Forse non verrà giù domani, sempre che qualche “maxxi” non lo faccia scricchiolare.

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